Dido and Æneas è un'opera in
tre atti di Henry Purcell, su libretto di Nahum Tate.
Rappresentata per la prima volta a Chelsea
(Londra) probabilmente l'11 aprile del 1689 in un
convitto per giovani gentildonne, per l'incoronazione di Guglielmo
III d'Orange e Maria II Stuart, costituisce l'opera più
celebre di Purcell e un capolavoro assoluto del melodramma
britannico.
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Struttura :
Atto I
Didone ha accolto nel suo palazzo
a Cartagine Enea, fuggito con i suoi dalla distruzione
di Troia. La sorella e confidente Belinda, accortasi che Didone
è turbata, le parla del radioso futuro che la attende, ma Didone le
dice che è in preda a un tormento che non può confessare. Belinda,
rendendosi conto dell'origine amorosa del tormento e fiduciosa in
un'alleanza con i troiani, invita Didone al matrimonio con Enea. La
regina rimane titubante, ma quando l'eroe viene ammesso a corte,
accetta alla fine le sue profferte d'amore.
Atto II
Scena I
Nella grotta di una maga, sono
convocate le streghe sue compagne perché partecipino alla
preparazione della rovina di Cartagine e di Didone. Il piano è
quello di inviare un folletto ad Enea, perché, sotto le sembianze
di Mercurio, lo solleciti a riprendere il mare ed a far vela per
l'Italia, meta del suo destino, abbandonando così nella disperazione
l'amante Didone. Per incanto le streghe scatenano una fragorosa
tempesta affinché Didone ed Enea siano obbligati a cessare la caccia
a cui si stanno dedicando, ed a rientrare precipitosamente a corte.
Compiuto l'incantesimo scompaiono con fragore di tuono.
Scena II
Didone ed Enea, accompagnati dai loro
seguiti, si sono fermati in uno splendido boschetto e sono intenti
nelle attività ricreative connesse con la caccia, quando la regina,
udendo l'approssimarsi del temporale, invita la sorella a predisporre
per il sollecito rientro di tutti al riparo della corte. Restato solo
in scena, Enea viene avvicinato dal folletto inviato dalla maga, il
quale, spacciandosi per Mercurio, riferisce all'eroe il comando
di Giove di non prolungare oltre il suo soggiorno
cartaginese e di riprendere al più presto il mare per compiere il
suo destino di fondatore di una nuova Troia su suolo latino.
Enea, lamentando la sua triste sorte, deve acconsentire
sottomettendosi al volere degli dèi.
Atto III
Scena (I)
Al porto, i marinai cantano lieti per
l'imminente partenza. La maga e le streghe osservano la scena,
esultando per la sventura che incombe su Cartagine, e decidono di
perseguitare Enea quando sarà in mare con una tempesta. Segue un
ballo in tre parti con la partecipazione generale.
Scena (II)
A palazzo, Didone e Belinda sono
angosciate per la scomparsa di Enea, e i più foschi presentimenti
della regina sono confermati quando l'eroe riappare informandola
della sua prossima partenza per volere degli dèi. Didone l'accusa
allora d'ipocrisia e rifiuta sdegnosamente, come un ripiego, la
disponibilità che Enea le dichiara a rimanere comunque a Cartagine a
dispetto di tutto: il solo aver pensato di abbandonarla lo rende
indegno di lei.
Partito l'eroe, Didone, non potendo più
vivere senza di lui, si abbandona alla morte tra le braccia della
sorella profondendosi nello struggente lamento, "When I am
laid in earth", che costituisce uno dei brani più famosi di
tutta la storia del melodramma. Sulla sua tomba compaiono allora
gli amorini e il coro li prega di vegliare per
sempre sull'anima della sfortunata regina.