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07 giugno 2026

MUSICA – A. DVORAK - REQUIEM

Requiem per soli, coro, orchestra e organo, Op. 89 (B. 165)

  1. Quartetto e coro: Introitus, Kyrie: Requiem Aeternam: Poco lento
  2. Soprano solo e coro: Graduale: Requiem Aeternam: Andante
  3. Coro: Sequentia: Dies irae: Allegro impetuoso
  4. Quartetto e coro: Sequentia: Tuba mirum: Moderato
  5. Quartetto e coro: Sequentia: Quid sum miser: Lento
  6. Quartetto: Sequentia: Recordare: Andante
  7. Coro: Sequentia: Confutatis maledictis: Moderato maestoso
  8. Quartetto e coro: Sequentia: Lacrimosa: Poco meno mosso
  9. Quartetto e coro: Offertorium: Domine Jesu Christe: Andante con moto
  10. Quartetto e coro: Offertorium: Hostias et preces: Domine Jesu Christe, Rex: Andante
  11. Quartetto e coro: Sanctus: Sanctus benedictus: Andante maestoso
  12. Quartetto e coro: Sequentia: Pie Jesu: Poco adagio
  13. Quartetto e coro: Agnus Dei: Agnus Dei: Lento
Organico: voci soliste (soprano, contralto, tenore, basso) coro misto, Ottavino, 2 flauti, 2 oboi, corno inglese, 2 clarinetti, clarinetto basso, 2 fagotti, contro fagotto, 4 corni, 4 trombe, 3 tromboni, basso tuba, timpani, tam tam, organo, archi
Composizione: Praga, 1 Gennaio - 31 Ottobre 1890
Prima esecuzione: Birmingham, Prince of Wales Theatre, 9 Ottobre 1891
Dedica: "Ho scritto questo Requiem per il Birmingham Festival in Inghilterra e lo ho diretto io stesso il 9 Ottobre 1891"

L'origine del Requiem, ultima delle grandi composizioni sacre di Dvorak, risale alla richiesta di un'opera corale da destinare al Festival musicale di Birmingham: richiesta, più che vera e propria commissione, alla quale il compositore accondiscese volentieri in segno di gratitudine per le accoglienze calorose che gli erano state tributate in Inghilterra durante le sue numerose apparizioni come autore e direttore d'orchestra. I rapporti con questo Paese, e con la sua vita musicale, erano divenuti sempre più stretti dopo l'esecuzione in prima assoluta dello Stabat Mater, avvenuta al Royal Albert Hall di Londra il 10 Maggio 1883; ad esso erano seguite, oltre alla commissione di una Sinfonia (la Settima in re minore Op. 70), assidue presenze nei festival corali inglesi, prima a Birmingham con la ballata La sposa dello spettro (1885), poi a Leeds con il grande oratorio Santa Ludmilla (1886). Proprio da Birmingham Dvorak era stato interpellato per un altro Oratorio da inserire nel Festival del 1888, ma il progetto era stato rimandato a un'occasione successiva (forse anche per scarso interesse al soggetto proposto, Il Sogno di Geronzio, poi musicato da Elgar).
Pur sentendosi intimamente legato alla tradizione della propria terra, la Boemia, e a quella della cultura strumentale austro-tedesca, nella quale elettivamente aveva messo radici, Dvorak apprezzava la civiltà inglese nella fiorenle attività dei suoi cori e dei suoi festival corali, animati da associazioni di dilettanti appassionati e tutt'altro che sprovveduti sotto l'aspetto tecnico-educativo. È storia nota che questo aureo filone, inaugurato da Haendel e impreziosito nell'Ottocento dagli Oratori di Mendelssohn, non si è mai interrotto; ma proprio in quell'epoca, nell'Inghilterra vittoriana, esso tornava alla luce con particolare fervore di iniziative: tali comunque da non essere interamente soddisfatte dalla vena creativa dei compositori indigeni. Di qui l'attenzione ri¬volta nuovamente a quei compositori che potessero contemperare tradizioni diverse. E fra questi Dvorak si era rivelato uno dei più adatti a unire cordialità di espressione, fresca ispirazione popolare e sapiente dominio della forma sinfonico-corale in un ambito che tenesse anche conto dei requisiti fondamentali dell'ambiente a cui si rivolgeva.
Ciò detto, va subito aggiunto che la scelta del Requiem fu interamente sua. La proposta ufficiale, datata 15 Gennaio 1890, subito accolta con entusiasmo dagli organizzatori inglesi, avvenne a decisione già presa: a quel tempo infatti egli era già intento al lavoro, dopo aver appena completato l'Ottava Sinfonia in sol maggiore Op. 88. Gli schizzi dei primi sette numeri (fino al Confutatis maledictis) furono stesi tra il 1° Gennaio e il 17 Febbraio di quell'anno; il resto seguì nella residenza estiva di Vysoka in Boemia tra maggio e luglio, al rientro da un giro di concerti in Europa. Sempre in estate fu approntata la partitura, ultimata a Praga il 31 Ottobre 1890: l'editore Novello di Londra si incaricò subito della stampa. L'attesa per la prima esecuzione, fissata per il festival del 1891, fu resa più solenne da importanti riconoscimenti, quali la laurea honoris causa conferita a Dvorak dall'Università di Cambridge e l'elezione a membro onorario della London Philharmonic Society. C'erano dunque tutte le premesse per un grande avvenimento che ripetesse il clamore popolare dello Stabat Mater. E fu ciò che puntualmente accadde quando il 9 Ottobre 1891 Dvorak stesso diresse al Birmingham Musical Festival il suo Requiem nuovo di zecca: riportando uno dei successi più trionfali della sua vita, che si ripeté nelle numerose riprese in Inghilterra e poi a Praga nel 1892, nonché in America, dove Dvorak di lì a poco si sarebbe trasferito.
La felice coincidenza di questi fattori è al tempo stesso il pregio e il difetto dell'opera. Giacché se è indubitabile che la scelta di mettere in musica il testo latino della messa dei morti provenisse da una decisione personale (sui cui motivi peraltro poco è dato sapere), è altrettanto ovvio che la destinazione ufficiale non poteva non condizionare il carattere complessivo del lavoro. Un'abitudine, forse ingenua ma consolidata dai fatti, ci spinge a considerare la composizione di un Requiem o come un'attestazione di fede in un contesto liturgico o come una confessione artistica di fronte al tema della morte. Ora, il Requiem di Dvorak non è né l'una né l'altra cosa; per quanto l'assenza di un intento commemorativo e le stesse ampie proporzioni facciano presupporre che fin dall'inizio esso fosse stato concepito per le sale da concerto. Ciò rende difficile la sua collocazione accanto ai precedenti più insigni, verso cui pure guarda: da Mozart a Berlioz, da Verdi a Brahms. Per ognuno di questi autori il Requiem è un apice che riflette il campo non solo della musica ma anche delle convinzioni religiose, morali, estetiche, e perfino quello della vita; per Dvorak è invece una tappa piana, una semplice opera d'arte intrisa di valori musicali, non sfiorata dalla tragedia della morte e refrattaria a confrontarsi con il suo mistero. In altri termini, non è l'interpretazione né di un testo né di una liturgia, ma piuttosto la sua celebrazione, la sua illustrazione. Ciò non ha niente a che fare con la religiosità di Dvorak, che fu certamente profonda e sincera, fideisticamente ottimistica, ma dipende semmai da un atteggiamento di fronte alla tradizione vista in un duplice senso: da un lato la realtà concreta delle società corali inglesi e della loro salda eredità, dall'altro il modello di un classicismo altamente formalizzato sulla linea che va da Haydn a Mendelssohn e vitalizzato dal seme del nazionalismo slavo. Questo atteggiamento di fondo si traduce in una netta preponderanza dell'elemento corale e in un trattamento del testo che non si distacca dalla convenzione e dalla immediatezza, sia nella articolazione formale che nella definizione delle singole parti.
Più caratteristico risulta invece il comportamento di Dvorak nei confronti del linguaggio musicale di per sé considerato. Ci si aspetterebbe di sentir prevalere l'influenza di Brahms, che fu uno dei punti di riferimento più stabili nella sua evoluzione, e invece ci si imbatte soprattutto in ascendenze schubertiane là dove la melodia tende ad aprirsi nel canto, in echi oratoriali lisztiani, addirittura in pregnanti formule wagneriane: la cui cifra, quasi esibita nel clima parsifaliano dell'iniziale Requiem aeternam, si definisce nel motto che sta alla base dell'intera composizione, quasi Leitmotiv sinfonicamente trattato per dare unità allo sviluppo e alle espansioni dei singoli brani. Non manca, nelle parti più scopertamente drammatiche del Dies irae, un certo sottofondo di stampo teatrale, sia nel clangore degli ottoni e perfino delle campane, sia nella linea del canto dei solisti, tenore e basso in special misura; controbilanciata, quest'ultima, dal lirismo più contenuto delle voci femminili, sottilmente intimistico nei passi di meditativa introversione. Anche se non emerge in maniera netta, l'humus del canto popolare impregna più di una sezione del Requiem: anche in questo caso l'integrazione fra tradizione colta e tradizione popolare è suggerita dall'affinità di procedimenti modali e cadenzali, di sequenze melodiche e ritmiche (come per esempio il sillabato, l'ostinato, il corale, il tono salmodico) all'interno del genere sacro. Si tratta però di richiami e allusioni dall'impiego assai discreto, raramente estesi al tessuto polifonico, quasi mai al colore orchestrale. L'unica citazione esplicita è chiaramente emblema di questa volontà di integrazione e riguarda l'utilizzazione di un antico canto ecclesiastico della tradizione boema - un inno di lode del tardo Medioevo, ancora diffuso nel tardo Ottocento - come tema della grande fuga Quam olim Abrahae promisisti (n. 10) che conclude l'Offertorio: significativamente questa è anche l'unica volta in cui Dvorak dispiega l'intero armamentario contrappuntistico della fuga severa nel suo Requiem.
Dal punto di vista formale la divisione in due parti della partitura non comporta una vera e propria cesura (neppure nell'esecuzione) ma sottolinea il passaggio dalla sfera del dolore e della paura a quella della consolazione e della speranza. La prima parte comprende tre sezioni - Requiem aeternam, Graduale, Dies Irae - per un totale di otto numeri, stante la consueta partizione del testo della Sequentia in più episodi. La seconda parte è invece in quattro sezioni e cinque numeri: Offertorium e Hostias (entrambi conclusi dalla fuga Quam olim Abrahae), Sanctus, Pie Jesu, Agnus Dei. Dodici numeri su tredici impegnano il coro, che è dunque l'assoluto protagonista dell'opera; e si è già accennato al fatto che il suo trattamento è in generale più omofonico che polifonico, assai parco di intrecci contrappuntistici e di figure imitative. Il quartetto dei solisti è usato sempre in combinazione col Coro; salvo che nel numero 6, il momento delicato del Recordare, Jesu pie, nel quale l'appello alla pietà divina e l'invocazione del perdono ben si confanno alle voci sole, con gli accenti della preghiera individuale. Questa compattezza e pienezza dell'organico, assecondata da un'orchestra che a sua volta risuona compatta e piena, è la principale caratteristica del Requiem di Dvorak: difficile immaginare che non fosse in così larga misura suggerita proprio dalla destinazione ufficiale, con l'intento di celebrare un'illustre e composita tradizione.
Il primo blocco è dominato dalla grandiosa rappresentazione del Giudizio Universale, introdotta dalla invocazione alla "pace eterna" e dal Kyrie, ridotto a una breve sezione sillabata su vaghe cadenze ecclesiastiche. Quasi ad accrescere il terrore del "giorno dell'ira" e dell'attesa, il Graduale riprende le stesse parole dell'Introduzione affidandole al canto del soprano solo ("con afflizione", indica la didascalia) in dialogo col coro diviso (prima sole donne, poi uomini). Accordi parsifaliani risuonano in orchestra a dare maggiore solennità al canto. Il clima luttuoso, quasi contristato dell'esordio è ben evidenziato dalla tonalità d'impianto, si bemolle minore, punto di riferimento armonico che sta per il dolore e la tristezza: ora richiamato ora contrastato da tonalità maggiori e luminose quando il testo inclina ad accenti di speranza. La volontà di dare alla composizione un'unità non ciclica (che anzi ogni numero è chiuso in sé, come avveniva nelle Cantate sacre) bensì intrinsecamente musicale è sintetizzata dal motivo che si presenta subito all'inizio in orchestra (archi con sordina) : un motivo di quattro note (fa-sol bemoile-mi-fa) che ha il carattere di un motto e che si anniderà, variamente trasformato, quasi in ogni piega della partitura. Questa successione cromatica ruotante attorno alla nota fa (dominante della tonalità d'impianto) simboleggia nello stile formulario della retorica musicale la figura della morte e del lamento (ancor più marcata qui dal ricorso alla sincope), ma è anche una trasformazione caratteristica del motivo B-A-C-H, per inversione. Con l'uso che l'autore fa di questa figura sembra ch'egli voglia saldare la tecnica wagneriana del Leitmotiv all'eloquenza di antiche memorie musicali di alto lignaggio.
Si è già detto che il Dies irae non è una sequenza di episodi fra loro collegati ma una serie di quadri o stazioni che illustrano il testo alternando slanci drammatici e ripiegamenti lirici. L'orchestra commenta e raccorda questi brani di ognuno contribuendo a definire l'atmosfera, ma senza ribaltare le proporzioni fissate dalle voci. Raramente l'orchestra viene in primo piano con squarci sinfonici, raramente si creano contrapposizioni tra le voci isolate e la massa: entrambe partecipano di una stessa identità, appartengono alla stessa matrice. L'eccezione del Recordare, centro della prima parte, è suggerita dal contesto (espressione di una pietà intimamente umana) ma forse anche dall'esempio di Mozart, che analogamente affidò questo passo al Quartetto dei solisti. Con l'Offertorio, che apre la seconda parte, inizia lo sviluppo dei temi fin qui posti in una luce sempre più sfolgorante, come se ora il pensiero della morte aprisse nuove consapevolezze e da ultimo certezze. Il Sanctus può così diventare un'oasi di idillica serenità; il Pie Jesu, con la cantilena dei legni, una visione quasi pastorale di incantevoli promesse; solo con l'Agnus Dei il ricordo dell'incombere della morte torna a farsi minaccioso per l'uomo, con cupa disperazione: ma proprio da questa ultima meditazione Dvorak trae l'ispirazione per scrivere la pagina più originale e personale di tutto il Requiem, con commossa adesione a un mistero che finalmente si fa anche sentimento dei valori dell'esistenza

01 maggio 2026

ANTONIN DVORAK

 Antonín Leopold Dvořák, nasce il 8 Settembre 1841, muore il 1 Maggio 1904.


Composizioni :

Musica sinfonica :
Sinfonie :
  • Sinfonia n. 1 in do minore
  • Sinfonia n. 2 in si bem. maggiore
  • Sinfonia n. 3 in mi bem. maggiore op. 10
  • Sinfonia n. 4 in re minore op. 13
  • Sinfonia n. 5 in fa maggiore op. 76
  • Sinfonia n. 6 in re maggiore op. 60
  • Sinfonia n. 7 in re minore op. 70
  • Sinfonia n. 8 in sol maggiore op. 88
  • Sinfonia n. 9 in mi minore op. 95 Dal nuovo mondo

Altre composizioni per orchestra :
  • Rapsodia op. 14
  • Serenata in Mi maggiore per archi op. 22
  • Suite Ceca op. 39 Danza Boema
  • Serenata per fiati in Re minore op. 44
  • Rapsodie slave op. 45
    • n. 1 in Re maggiore
    • n. 2 in Sol minore
    • n. 3 in La bemolle maggiore
  • Danze slave op. 46
  • Marcia Festiva op. 54
  • Leggende op. 59
  • Ouverture "La mia Patria" op. 62
  • Ouverture Ussita Op. 67
  • Danze slave op. 72
  • Variazioni sinfoniche op. 78
  • Ouverture "Nel Regno della Natura" op. 91
  • Ouverture "Carnaval" op. 92
  • Ouverture "Otello" op. 93


Concerti :

  • Quintetto per archi n. 1 in la minore op. 1
  • Quartetto per archi n. 1 in la maggiore op. 2 B. 8
  • Quartetto per archi n. 2 in si bemolle maggiore B. 17
  • Quartetto per archi n. 3 in re maggiore B. 18
  • Quartetto per archi n. 4 in mi minore B. 19
  • Quartetto per archi n. 5 in fa minore op. 9 B. 37
  • Quartetto per archi n. 6 in la minore op. 12 B. 40
  • Quartetto per archi n. 7 in la minore op. 16 B. 45
  • Trio n. 1 per pianoforte, violino e violoncello in si bemolle maggiore op. 21
  • Quintetto per archi n. 2 in sol maggiore op. 77
  • Trio n. 2 per pianoforte, violino e violoncello in sol minore op. 26
  • Quartetto per archi n. 8 in mi maggiore op. 80 B. 57
  • Quartetto per archi n. 9 in re minore op. 34 B.75
  • Bagatelle per due Violini, Violoncello e Harmonium op. 47
  • Sestetto per archi in la maggiore op. 48
  • Quartetto per archi n. 10 in mi bemolle maggiore op. 51 B. 92
  • Quartetto per archi n. 11 in do maggiore op. 61 B. 121
  • Trio n. 3 per pianoforte, violino e violoncello in fa minore op. 65
  • Terzetto per due Violino e Viola in do maggiore op. 74
  • Quattro Pezzi Romantici per violino e pianoforte op. 75
  • Quintetto n. 2 per pianoforte e archi in la maggiore
  • Trio n. 4 per pianoforte, violino e violoncello in mi minore op. 90 "Dumky"
  • Rondò per violoncello e pianoforte in sol minore op. 94
  • Quartetto per archi n. 12 in fa maggiore op. 96 B. 179 "Americano"
  • Quintetto per archi n. 3 in la maggiore op. 97
  • Sonatina per violino e pianoforte in sol maggiore op. 100
  • Quartetto per archi n. 13 in sol maggiore op. 106 B. 192
  • Quartetto per archi n. 14 in la bemolle maggiore op. 105 B. 193

Musica sacra :
  • Stabat Mater op. 58
  • Santa Ludmilla oratorio op. 71
  • Salmo 149 per coro e orchestra op. 79
  • Messa in Re maggiore op. 86
  • Requiem op. 89
  • Canti biblici op. 99
  • Te Deum op. 103

14 gennaio 2026

MUSICA – A. DVORAK – SINFONIA N. 9 ' DAL NUOVO MONDO '

 Sinfonia n. 9 in mi minore "Dal Nuovo Mondo", Op. 95


#Music #History #Dvorak #Sinfonia #DalNuovoMondo

Musica: Antonin Dvoràk (1841 - 1904)
  1. Adagio - Allegro molto
  2. Largo
  3. Scherzo. Molto vivace
  4. Allegro con fuoco
Organico: ottavino, 2 flauti, 2 oboi, corno inglese, 2 clarinetti, 2 fagotti, 4 corni, 2 trombe, 3 tromboni, basso tuba, timpani, piatti, triangolo, archi
Composizione: New York, 20 Dicembre 1892 - 24 Maggio 1893
Prima esecuzione: New York, Carnegie Hall, 16 Dicembre 1893

Il 16 Dicembre 1893 Anton Seidl dirigeva alla Carnegie Hall di New York la prima esecuzione della Sinfonia n. 9 in mi minore Op. 95 di Antonìn Dvorak, alla presenza dell'autore. Si trattò probabilmente dell'evento clou del soggiorno triennale di Dvorak negli Stati Uniti, fra l'Ottobre del 1892 e l'Aprile del 1895. Dvorak era stato invitato nel giugno 1891 a trasferirsi a New York, per assumere la direzione artistica del locale Conservatorio, da Jeannette Thurber, moglie di un ricco commerciante di generi coloniali; invito accolto dopo qualche esitazione e l'assicurazione di comprensibili garanzie (fra l'altro il ragguardevole stipendio di 15 mila dollari annui).
Gli enormi sviluppi della vita musicale newyorkese nell'ultimo scorcio del secolo trovavano così un logico esito nel potenziamento delle strutture didattiche, con la presenza di un eminente compositore europeo. Non è un caso che la scelta fosse caduta proprio su Dvorak.
Proveniente da una famiglia di piccola borghesia, precocemente avviato alla musica, Dvorak aveva colto il suo primo vero successo nel 1873, a 31 anni, con un Inno patriottico che si inseriva compiutamente nella corrente irredentista propria degli ambienti culturali boemi. L'anno seguente un riconoscimento prestigioso, con la vittoria di una borsa di studio del governo austriaco, assegnata da una giuria composta, fra gli altri, da Eduard Hanslick e Johannes Brahms. In seguito il lancio internazionale: al 1884 risale il primo personale trionfo in Inghilterra - dove il compositore si recò complessivamente nove volte - che comportò la nomina a membro onorario della London Philharmonic Society; nel 1890 doveva giungere la laurea honoris causa dell'Università di Cambridge.
Tali tappe della carriera di Dvorak seguivano da vicino anche la personale evoluzione dello stile del compositore. Se gli esordi creativi si erano svolti all'insegna della scuola neotedesca di Liszt e Wagner, il cui modernismo sembrava più adatto a veicolare i contenuti nazionalistici peculiari della cultura céca, è proprio intorno al 1873 che lo stile di Dvoràk subisce una brusca virata verso il sinfonismo puro e gli ideali di classico equilibrio della forma, ideali che trovavano nuova linfa nelle melodie di ispirazione popolare. È appunto questa peculiare mistura fra equilibrio formale e melodiosità slava che portò a riconoscere in Dvoràk un musicista dalla personalità inconfondibile, né conservativa né radicale, capace di apparire alla borghesia boema come una incarnazione dell'identità nazionale, o anche di farsi ammirare di fronte all'intera Europa per la raffinatezza della scrittura e la solidità costruttiva delle sue opere.
L'invito in America aveva dunque il significato di una consacrazione; ma il contatto con una cultura musicale composita, in evoluzione e così dissimile da quella europea non poteva non avere ripercussioni proprio sui nuovi esiti creativi del maestro boemo. Alcuni studenti di colore misero in contatto il maestro con la musica dei neri americani, con gli spirituals e i canti delle piantagioni. A Spilville, nello lowa, il compositore ebbe occasione di ascoltare canti della comunità indiana. La Sinfonia in mi minore è la prima importante risposta a tali stimoli, e non a caso reca la celeberrima intitolazione "Z Nového svéta" (Dal nuovo mondo); appunto la discussa influenza del nuovo mondo costituisce il punto centrale delle diverse valutazioni che della partitura sono state fatte.
Dvorak illustrò il titolo dell'opera spiegando che si riferiva semplicemente a «impressioni e saluti dal nuovo mondo»; ancora nel corso della stesura affermò che «l'influenza dell'America può essere avvertita da chiunque abbia "fiuto"». E molti compositori si domandarono se, con la nuova Sinfonìa, Dvorak intendesse inaugurare una nuova maniera, segnata dalla presenza di melodie ispirate al composito folklore americano. E in effetti la presenza di tali melodie è innegabile; nel primo tempo appare lo spiritual «Swing low, sweet chariot», mentre una generica ispirazione "indiana" hanno alcune melodie dei movimenti centrali. Tuttavia le melodie pentatoniche e l'armonia modale, la vitalità ritmica, sono caratteristiche proprie di tutta la musica di Dvorak; inoltre non mancano nella partitura chiari tratti del folklore boemo. Semmai tutta l'invenzione melodica della Sinfonia in mi minore presenta un'estrazione "primitiva", stagliata nitidamente più che non nella precedente esperienza sinfonica dell'autore.
Insomma, qualora si voglia trovare una "svolta" nella Nona Sinfonia di Dvorak, questa andrà individuata, più che nell'invenzione melodica, nel processo di semplificazione e chiarificazione della forma che dona a queste idee una plastica evidenza, allontanando la partitura dalla dolce seriosità della Settima e dagli indipendenti sperimentalismi dell'Ottava. Anche le sezioni di sviluppo del materiale - che costituiscono in genere il punto debole del sinfonismo dell'autore boemo, per una certa prolissità e povertà dialettica - sono affrontate con una snellezza maggiore che nelle precedenti opere sinfoniche.
Proprio l'aspetto formale è uno dei tratti che più garantiscono alla Sinfonìa la sua coerenza, e quindi la sua indubitabile e coinvolgente efficacia in sede esecutiva. La partitura si avvale infatti di un processo accumulativo del materiale, con ritorni tematici via via maggiori con la successione dei movimenti (fra l'altro le affinità fra le diverse melodie pentatoniche emergono nitidamente perché queste vengono prevalentemente affidate ai legni solisti). Inoltre ciascuno dei quattro tempi si apre con una breve introduzione lenta.
Nel primo movimento l'Adagio introduttivo lievita progressivamente, sfruttando uno spunto ritmico, verso il caratteristico tema che apre l'Allegro molto; tutto questo primo tempo, animato da temi secondari di icastica evidenza, risente di una ricchezza di episodi e di intrecci, di subitanei trapassi espressivi, che attribuiscono alla pagina una freschezza continuamente rinnovata.
Nel Largo una successione di ampi accordi conduce alla melodia pentatonica che informa tutta l'ambientazione lirica e soffusa del movimento, non contraddetta neanche nella più animata sezione centrale (il momento culminante ripropone un frammento del tema principale del primo tempo).
Nello Scherzo ritroviamo il gusto di Dvorak per la vitalità ritmica e la varietà coloristica, sorretti dalla mano infallibile dell'orchestratore, dalla sicura invenzione dei temi caratteristici. Più complesso il finale, aperto dalla perentoria affermazione del tema che ha assicurato alla Sinfonia la sua celebrità, e che viene poi ribadito al termine, in una estrema perorazione. Nel prosieguo del movimento, peraltro, si accumulano le principali idee melodiche già ascoltate nei tempi precedenti; procedimento già impiegato nei tempi centrali. Ma Dvorak non si accontenta di riesporre tali idee; le elabora e le intreccia con il tema principale del finale, sì che il movimento conclusivo si prospetta come una sintesi del contenuto dell'intera Sinfonia, e della stessa arte sinfonica del compositore.

24 settembre 2025

MUSICA - A. DVORAK - CARNEVALE OP. 92 - SPIEGAZIONE

Antonín Dvořák – Carnevale Op. 92, Ouverture da Concerto.

#History #Music #Orchestra #Dvorak #Carnevale

Carnevale Op. 92 è il Brano centrale del Trittico per Orchestra originariamente intitolato Natura-Vita-Amore, che Antonín Dvořák compone qualche mese prima di imbarcarsi per gli Stati Uniti d’America.


L’elemento unificante alla base delle tre Composizioni è l’idea di natura nelle sue varie forme, anche nella sua connessione con il Divino; “Carnevale”, in questa concezione panteistica, assume il significato di mascheramento della vita reale, delle sue inquietudini, delle sue insoddisfazioni.


Il Brano, dei tre il più spesso eseguito, è impostato nella tonalità di La Maggiore e rispecchia sostanzialmente la tradizionale forma Sonata, ma con l’aggiunta di un intermezzo lirico, sognante, che contrasta con il resto della Composizione.

Antonín Dvořák immagina un viandante solitario che, al crepuscolo, raggiunge un paese in festa: è in pieno svolgimento il carnevale, con balli, canti e ilarità diffusa.

La gioia dei contadini, però, nasconde quel velo di tristezza che accomuna le popolazioni dell’Est europeo; tristezza che assale Dvořák, conscio che a New York non avrebbe rivissuto l’atmosfera della sua terra.
“Carnevale” inizia con l’esposizione del Tema principale; un vivace motivo suonato da tutta l’Orchestra con ampio uso delle Percussioni.

L’atmosfera festante è appena contrastata da una leggera cantilena dei violini e da una contro-melodia dei Fiati.

Segue l’intermezzo lirico, un motivo che riprende il Tema della Natura della prima Ouverture e, subito dopo, lo schema della Sonata con sviluppo e ricapitolazione.

Il Tema lirico sparisce e si intensifica il carattere ritmico e sincopato della Danza iniziale; inizia infine una coda breve e animata, l’Orchestra è al massimo del suo splendore con brillanti interventi di Ottoni e Percussioni.

01 maggio 2025

ANTONIN DVORAK

 Antonín Leopold Dvořák, nasce il 8 Settembre 1841, muore il 1 Maggio 1904.

Compositore boemo.


Composizioni :

Musica sinfonica :
Sinfonie :
  • Sinfonia n. 1 in do minore
  • Sinfonia n. 2 in si bem. maggiore
  • Sinfonia n. 3 in mi bem. maggiore op. 10
  • Sinfonia n. 4 in re minore op. 13
  • Sinfonia n. 5 in fa maggiore op. 76
  • Sinfonia n. 6 in re maggiore op. 60
  • Sinfonia n. 7 in re minore op. 70
  • Sinfonia n. 8 in sol maggiore op. 88
  • Sinfonia n. 9 in mi minore op. 95 Dal nuovo mondo

Altre composizioni per orchestra :
  • Rapsodia op. 14
  • Serenata in Mi maggiore per archi op. 22
  • Suite Ceca op. 39 Danza Boema
  • Serenata per fiati in Re minore op. 44
  • Rapsodie slave op. 45
    • n. 1 in Re maggiore
    • n. 2 in Sol minore
    • n. 3 in La bemolle maggiore
  • Danze slave op. 46
  • Marcia Festiva op. 54
  • Leggende op. 59
  • Ouverture "La mia Patria" op. 62
  • Scherzo capriccioso per orchestra op. 66
  • Ouverture Ussita Op. 67
  • Danze slave op. 72
  • Variazioni sinfoniche op. 78
  • Ouverture "Nel Regno della Natura" op. 91
  • Ouverture "Carnaval" op. 92
  • Ouverture "Otello" op. 93

Poemi sinfonici :
  • Il folletto delle acque, Op. 107
  • La strega di mezzogiorno, Op. 108
  • L'arcolaio d'oro, Op. 109
  • La colomba selvatica, Op. 110
  • Canto d'eroe, Op. 111

Concerti :
  • Concerto per violoncello e orchestra in La maggiore B.10 
  • Romanza per violino e orchestra in Fa minore op. 11
  • Concerto per pianoforte e orchestra in Sol minore op. 33 
  • Mazurek per violino e orchestra in Mi minore op. 49
  • Concerto per violino e orchestra in La minore op. 53 
  • Rondò per violoncello e orchestra in Sol minore op. 94
  • Concerto per violoncello e orchestra in Si minore op. 104

Musica da camera :
  • Quintetto per archi n. 1 in la minore op. 1
  • Quartetto per archi n. 1 in la maggiore op. 2 B. 8
  • Quartetto per archi n. 2 in si bemolle maggiore B. 17
  • Quartetto per archi n. 3 in re maggiore B. 18
  • Quartetto per archi n. 4 in mi minore B. 19
  • Quartetto per archi n. 5 in fa minore op. 9 B. 37
  • Quartetto per archi n. 6 in la minore op. 12 B. 40
  • Quartetto per archi n. 7 in la minore op. 16 B. 45
  • Trio n. 1 per pianoforte, violino e violoncello in si bemolle maggiore op. 21
  • Quintetto per archi n. 2 in sol maggiore op. 77
  • Trio n. 2 per pianoforte, violino e violoncello in sol minore op. 26
  • Quartetto per archi n. 8 in mi maggiore op. 80 B. 57
  • Quartetto per archi n. 9 in re minore op. 34 B.75
  • Bagatelle per due Violini, Violoncello e Harmonium op. 47
  • Sestetto per archi in la maggiore op. 48
  • Quartetto per archi n. 10 in mi bemolle maggiore op. 51 B. 92
  • Quartetto per archi n. 11 in do maggiore op. 61 B. 121
  • Trio n. 3 per pianoforte, violino e violoncello in fa minore op. 65
  • Terzetto per due Violino e Viola in do maggiore op. 74
  • Quattro Pezzi Romantici per violino e pianoforte op. 75
  • Quintetto n. 2 per pianoforte e archi in la maggiore
  • Trio n. 4 per pianoforte, violino e violoncello in mi minore op. 90 "Dumky"
  • Rondò per violoncello e pianoforte in sol minore op. 94
  • Quartetto per archi n. 12 in fa maggiore op. 96 B. 179 "Americano"
  • Quintetto per archi n. 3 in la maggiore op. 97
  • Sonatina per violino e pianoforte in sol maggiore op. 100
  • Quartetto per archi n. 13 in sol maggiore op. 106 B. 192
  • Quartetto per archi n. 14 in la bemolle maggiore op. 105 B. 193

Musica sacra :
  • Stabat Mater op. 58
  • Santa Ludmilla oratorio op. 71
  • Salmo 149 per coro e orchestra op. 79
  • Messa in Re maggiore op. 86
  • Requiem op. 89
  • Canti biblici op. 99
  • Te Deum op. 103

08 novembre 2024

MUSICA – A. DVORAK – SINFONIA N. 9 ' DAL NUOVO MONDO '

Sinfonia n. 9 in mi minore "Dal Nuovo Mondo", Op. 95

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Musica: Antonin Dvoràk (1841 - 1904)
  1. Adagio - Allegro molto
  2. Largo
  3. Scherzo. Molto vivace
  4. Allegro con fuoco
Organico: ottavino, 2 flauti, 2 oboi, corno inglese, 2 clarinetti, 2 fagotti, 4 corni, 2 trombe, 3 tromboni, basso tuba, timpani, piatti, triangolo, archi
Composizione: New York, 20 Dicembre 1892 - 24 Maggio 1893
Prima esecuzione: New York, Carnegie Hall, 16 Dicembre 1893

Il 16 Dicembre 1893 Anton Seidl dirigeva alla Carnegie Hall di New York la prima esecuzione della Sinfonia n. 9 in mi minore Op. 95 di Antonìn Dvorak, alla presenza dell'autore. Si trattò probabilmente dell'evento clou del soggiorno triennale di Dvorak negli Stati Uniti, fra l'Ottobre del 1892 e l'Aprile del 1895. Dvorak era stato invitato nel giugno 1891 a trasferirsi a New York, per assumere la direzione artistica del locale Conservatorio, da Jeannette Thurber, moglie di un ricco commerciante di generi coloniali; invito accolto dopo qualche esitazione e l'assicurazione di comprensibili garanzie (fra l'altro il ragguardevole stipendio di 15 mila dollari annui).
Gli enormi sviluppi della vita musicale newyorkese nell'ultimo scorcio del secolo trovavano così un logico esito nel potenziamento delle strutture didattiche, con la presenza di un eminente compositore europeo. Non è un caso che la scelta fosse caduta proprio su Dvorak.
Proveniente da una famiglia di piccola borghesia, precocemente avviato alla musica, Dvorak aveva colto il suo primo vero successo nel 1873, a 31 anni, con un Inno patriottico che si inseriva compiutamente nella corrente irredentista propria degli ambienti culturali boemi. L'anno seguente un riconoscimento prestigioso, con la vittoria di una borsa di studio del governo austriaco, assegnata da una giuria composta, fra gli altri, da Eduard Hanslick e Johannes Brahms. In seguito il lancio internazionale: al 1884 risale il primo personale trionfo in Inghilterra - dove il compositore si recò complessivamente nove volte - che comportò la nomina a membro onorario della London Philharmonic Society; nel 1890 doveva giungere la laurea honoris causa dell'Università di Cambridge.
Tali tappe della carriera di Dvorak seguivano da vicino anche la personale evoluzione dello stile del compositore. Se gli esordi creativi si erano svolti all'insegna della scuola neotedesca di Liszt e Wagner, il cui modernismo sembrava più adatto a veicolare i contenuti nazionalistici peculiari della cultura céca, è proprio intorno al 1873 che lo stile di Dvoràk subisce una brusca virata verso il sinfonismo puro e gli ideali di classico equilibrio della forma, ideali che trovavano nuova linfa nelle melodie di ispirazione popolare. È appunto questa peculiare mistura fra equilibrio formale e melodiosità slava che portò a riconoscere in Dvoràk un musicista dalla personalità inconfondibile, né conservativa né radicale, capace di apparire alla borghesia boema come una incarnazione dell'identità nazionale, o anche di farsi ammirare di fronte all'intera Europa per la raffinatezza della scrittura e la solidità costruttiva delle sue opere.
L'invito in America aveva dunque il significato di una consacrazione; ma il contatto con una cultura musicale composita, in evoluzione e così dissimile da quella europea non poteva non avere ripercussioni proprio sui nuovi esiti creativi del maestro boemo. Alcuni studenti di colore misero in contatto il maestro con la musica dei neri americani, con gli spirituals e i canti delle piantagioni. A Spilville, nello lowa, il compositore ebbe occasione di ascoltare canti della comunità indiana. La Sinfonia in mi minore è la prima importante risposta a tali stimoli, e non a caso reca la celeberrima intitolazione "Z Nového svéta" (Dal nuovo mondo); appunto la discussa influenza del nuovo mondo costituisce il punto centrale delle diverse valutazioni che della partitura sono state fatte.
Dvorak illustrò il titolo dell'opera spiegando che si riferiva semplicemente a «impressioni e saluti dal nuovo mondo»; ancora nel corso della stesura affermò che «l'influenza dell'America può essere avvertita da chiunque abbia "fiuto"». E molti compositori si domandarono se, con la nuova Sinfonìa, Dvorak intendesse inaugurare una nuova maniera, segnata dalla presenza di melodie ispirate al composito folklore americano. E in effetti la presenza di tali melodie è innegabile; nel primo tempo appare lo spiritual «Swing low, sweet chariot», mentre una generica ispirazione "indiana" hanno alcune melodie dei movimenti centrali. Tuttavia le melodie pentatoniche e l'armonia modale, la vitalità ritmica, sono caratteristiche proprie di tutta la musica di Dvorak; inoltre non mancano nella partitura chiari tratti del folklore boemo. Semmai tutta l'invenzione melodica della Sinfonia in mi minore presenta un'estrazione "primitiva", stagliata nitidamente più che non nella precedente esperienza sinfonica dell'autore.
Insomma, qualora si voglia trovare una "svolta" nella Nona Sinfonia di Dvorak, questa andrà individuata, più che nell'invenzione melodica, nel processo di semplificazione e chiarificazione della forma che dona a queste idee una plastica evidenza, allontanando la partitura dalla dolce seriosità della Settima e dagli indipendenti sperimentalismi dell'Ottava. Anche le sezioni di sviluppo del materiale - che costituiscono in genere il punto debole del sinfonismo dell'autore boemo, per una certa prolissità e povertà dialettica - sono affrontate con una snellezza maggiore che nelle precedenti opere sinfoniche.
Proprio l'aspetto formale è uno dei tratti che più garantiscono alla Sinfonìa la sua coerenza, e quindi la sua indubitabile e coinvolgente efficacia in sede esecutiva. La partitura si avvale infatti di un processo accumulativo del materiale, con ritorni tematici via via maggiori con la successione dei movimenti (fra l'altro le affinità fra le diverse melodie pentatoniche emergono nitidamente perché queste vengono prevalentemente affidate ai legni solisti). Inoltre ciascuno dei quattro tempi si apre con una breve introduzione lenta.
Nel primo movimento l'Adagio introduttivo lievita progressivamente, sfruttando uno spunto ritmico, verso il caratteristico tema che apre l'Allegro molto; tutto questo primo tempo, animato da temi secondari di icastica evidenza, risente di una ricchezza di episodi e di intrecci, di subitanei trapassi espressivi, che attribuiscono alla pagina una freschezza continuamente rinnovata.
Nel Largo una successione di ampi accordi conduce alla melodia pentatonica che informa tutta l'ambientazione lirica e soffusa del movimento, non contraddetta neanche nella più animata sezione centrale (il momento culminante ripropone un frammento del tema principale del primo tempo).
Nello Scherzo ritroviamo il gusto di Dvorak per la vitalità ritmica e la varietà coloristica, sorretti dalla mano infallibile dell'orchestratore, dalla sicura invenzione dei temi caratteristici. Più complesso il finale, aperto dalla perentoria affermazione del tema che ha assicurato alla Sinfonia la sua celebrità, e che viene poi ribadito al termine, in una estrema perorazione. Nel prosieguo del movimento, peraltro, si accumulano le principali idee melodiche già ascoltate nei tempi precedenti; procedimento già impiegato nei tempi centrali. Ma Dvorak non si accontenta di riesporre tali idee; le elabora e le intreccia con il tema principale del finale, sì che il movimento conclusivo si prospetta come una sintesi del contenuto dell'intera Sinfonia, e della stessa arte sinfonica del compositore.

MAURIZIO LANDINI

    Maurizio Landini , nasce il 7 Agosto 1961. Sindacalista italiano. #Landini #MaurizioLandini #Italy #Sindacato #CGIL #Politics #FIO...