Oscar Wilde, nasce il 16 Ottobre 1854, muore il 30 Novembre 1900.
IL MUSICISTA-LOGGIONISTA
Blog dedicato all'Arte, alla Letteratura, all'Opera, alla Musica, al Teatro..... da parte del Sottoscritto : Stefano Villa
16 ottobre 2026
OSCAR WILDE
LAURA ANGEL
Laura Angel, nasce il 16 Ottobre 1974.
TEATRO – TEATRO FONTANA – MILANO – NON SENTIRE IL MALE – DAL 17 AL 18 OTTOBRE 2026
TEATRO – TEATRO FONTANA – MILANO – NON SENTIRE IL MALE – DAL 17 AL 18 OTTOBRE 2026
di e con Elena Bucci
disegno luci
per il teatro Maurizio Viani
disegno luci in altri spazi
Loredana Oddone
cura del suono Raffaele Bassetti, Franco
Naddei
nella versione concerto le musiche sono composte ed
eseguite dal vivo al pianoforte da Andrea Agostini
assistenza al
progetto Nicoletta Fabbri e Gaetano Colella
produzione Le belle
bandiere
POESIA - GIACOMO LEOPARDI - ' LA GINESTRA '
La ginestra di Giacomo Leopardi
Qui su l’arida schiena
del
formidabil monte
sterminator Vesevo,
la qual null’altro
allegra arbor nè fiore,
tuoi cespi solitari intorno
spargi,
odorata ginestra,
contenta dei deserti. Anco ti
vidi
de’ tuoi steli abbellir l’erme contrade
che cingon la
cittade
la qual fu donna de’ mortali un tempo,
e del perduto
impero
par che col grave e taciturno aspetto
faccian fede e
ricordo al passeggero.
Or ti riveggo in questo suol, di
tristi
lochi e dal mondo abbandonati amante,
e d’afflitte
fortune ognor compagna.
Questi campi cosparsi
di ceneri
infeconde, e ricoperti
dell’impietrata lava,
che sotto i
passi al peregrin risona;
dove s’annida e si contorce al sole
la
serpe, e dove al noto
cavernoso covil torna il coniglio;
fur
liete ville e colti,
e biondeggiàr di spiche, e risonaro
di
muggito d’armenti;
fur giardini e palagi,
agli ozi de’
potenti
gradito ospizio; e fur città famose
che coi torrenti
suoi l’altero monte
dall’ignea bocca fulminando oppresse
con
gli abitanti insieme. Or tutto intorno
una ruina involve,
dove
tu siedi, o fior gentile, e quasi
i danni altrui commiserando, al
cielo
di dolcissimo odor mandi un profumo,
che il deserto
consola. A queste piagge
venga colui che d’esaltar con lode
il
nostro stato ha in uso, e vegga quanto
è il gener nostro in
cura
all’amante natura. E la possanza
qui con giusta
misura
anco estimar potrà dell’uman seme,
cui la dura
nutrice, ov’ei men teme,
con lieve moto in un momento annulla
in
parte, e può con moti
poco men lievi ancor
subitamente
annichilare in tutto.
Dipinte in queste rive
son
dell’umana gente
le magnifiche sorti e progressive.
Qui mira e qui ti specchia,
secol
superbo e sciocco,
che il calle insino allora
dal risorto
pensier segnato innanti
abbandonasti, e volti addietro i
passi,
del ritornar ti vanti,
e proceder il chiami.
Al tuo
pargoleggiar gl’ingegni tutti,
di cui lor sorte rea padre ti
fece,
vanno adulando, ancora
ch’a ludibrio talora
t’abbian
fra se. Non io
con tal vergogna scenderò sotterra;
ma il
disprezzo piuttosto che si serra
di te nel petto mio,
mostrato
avrò quanto si possa aperto:
ben ch’io sappia che obblio
preme
chi troppo all’età propria increbbe.
Di questo mal, che teco
mi
fia comune, assai finor mi rido.
Libertà vai sognando, e servo a
un tempo
vuoi di novo il pensiero,
sol per cui risorgemmo
della
barbarie in parte, e per cui solo
si cresce in civiltà, che sola
in meglio
guida i pubblici fati.
Così ti spiacque il
vero
dell’aspra sorte e del depresso loco
che natura ci diè.
Per questo il tergo
vigliaccamente rivolgesti al lume
che il fe
palese: e, fuggitivo, appelli
vil chi lui segue, e solo
magnanimo
colui
che se schernendo o gli altri, astuto o folle,
fin sopra
gli astri il mortal grado estolle.
Uom di povero stato e membra
inferme
che sia dell’alma generoso ed alto,
non chiama se nè
stima
ricco d’or nè gagliardo,
e di splendida vita o di
valente
persona infra la gente
non fa risibil mostra;
ma se
di forza e di tesor mendico
lascia parer senza vergogna, e
noma
parlando, apertamente, e di sue cose
fa stima al vero
uguale.
Magnanimo animale
non credo io già, ma stolto,
quel
che nato a perir, nutrito in pene,
dice, a goder son fatto,
e
di fetido orgoglio
empie le carte, eccelsi fati e nove
felicità,
quali il ciel tutto ignora,
non pur quest’orbe, promettendo in
terra
a popoli che un’onda
di mar commosso, un fiato
d’aura
maligna, un sotterraneo crollo
distrugge sì, che avanza
a gran
pena di lor la rimembranza.
Nobil natura è quella
che a
sollevar s’ardisce
gli occhi mortali incontra
al comun fato,
e che con franca lingua,
nulla al ver detraendo,
confessa il
mal che ci fu dato in sorte,
e il basso stato e frale;
quella
che grande e forte
mostra se nel soffrir, nè gli odii e
l’ire
fraterne, ancor più gravi
d’ogni altro danno,
accresce
alle miserie sue, l’uomo incolpando
del suo dolor,
ma dà la colpa a quella
che veramente è rea, che de’
mortali
madre è di parto e di voler matrigna.
Costei chiama
inimica; e incontro a questa
congiunta esser pensando,
siccome
è il vero, ed ordinata in pria
l’umana compagnia,
tutti fra
se confederati estima
gli uomini, e tutti abbraccia
con vero
amor, porgendo
valida e pronta ed aspettando aita
negli alterni
perigli e nelle angosce
della guerra comune. Ed alle
offese
dell’uomo armar la destra, e laccio porre
al vicino ed
inciampo,
stolto crede così, qual fora in campo
cinto d’oste
contraria, in sul più vivo
incalzar degli assalti,
gl’inimici
obbliando, acerbe gare
imprender con gli amici,
e sparger fuga
e fulminar col brando
infra i propri guerrieri.
Così fatti
pensieri
quando fien, come fur, palesi al volgo,
e quell’orror
che primo
contra l’empia natura
strinse i mortali in social
catena,
fia ricondotto in parte
da verace saper, l’onesto e
il retto
conversar cittadino,
e giustizia e pietade, altra
radice
avranno allor che non superbe fole,
ove fondata probità
del volgo
così star suole in piede
quale star può quel ch’ha
in error la sede.
Sovente in queste rive,
che,
desolate, a bruno
veste il flutto indurato, e par che
ondeggi,
seggo la notte; e sulla mesta landa
in purissimo
azzurro
veggo dall’alto fiammeggiar le stelle,
cui di lontan
fa specchio
il mare, e tutto di scintille in giro
per lo vòto
Seren brillar il mondo.
E poi che gli occhi a quelle luci
appunto,
ch’a lor sembrano un punto,
e sono immense, in
guisa
che un punto a petto a lor son terra e mare
veracemente;
a cui
l’uomo non pur, ma questo
globo ove l’uomo è
nulla,
sconosciuto è del tutto; e quando miro
quegli ancor più
senz’alcun fin remoti
nodi quasi di stelle,
ch’a noi paion
qual nebbia, a cui non l’uomo
e non la terra sol, ma tutte in
uno,
del numero infinite e della mole,
con l’aureo sole
insiem, le nostre stelle
o sono ignote, o così paion come
essi
alla terra, un punto
di luce nebulosa; al pensier mio
che
sembri allora, o prole
dell’uomo? E rimembrando
il tuo stato
quaggiù, di cui fa segno
il suol ch’io premo; e poi dall’altra
parte,
che te signora e fine
credi tu data al Tutto, e quante
volte
favoleggiar ti piacque, in questo oscuro
granel di
sabbia, il qual di terra ha nome,
per tua cagion, dell’universe
cose
scender gli autori, e conversar sovente
co’ tuoi
piacevolmente, e che i derisi
sogni rinnovellando, ai saggi
insulta
fin la presente età, che in conoscenza
ed in civil
costume
sembra tutte avanzar; qual moto allora,
mortal prole
infelice, o qual pensiero
verso te finalmente il cor m’assale?
Non
so se il riso o la pietà prevale.
Come d’arbor cadendo un picciol
pomo,
cui là nel tardo autunno
maturità senz’altra forza
atterra,
d’un popol di formiche i dolci alberghi,
cavati in
molle gleba
con gran lavoro, e l’opre
e le ricchezze che
adunate a prova
con lungo affaticar l’assidua gente
avea
provvidamente al tempo estivo,
schiaccia, diserta e copre
in un
punto; così d’alto piombando,
dall’utero tonante
scagliata
al ciel, profondo
di ceneri e di pomici e di sassi
notte e
ruina, infusa
di bollenti ruscelli,
o pel montano
fianco
furiosa tra l’erba
di liquefatti massi
e di metalli
e d’infocata arena
scendendo immensa piena,
le cittadi che il
mar là su l’estremo
lido aspergea, confuse
e infranse e
ricoperse
in pochi istanti: onde su quelle or pasce
la capra, e
città nove
sorgon dall’altra banda, a cui sgabello
son le
sepolte, e le prostrate mura
l’arduo monte al suo piè quasi
calpesta.
Non ha natura al seme
dell’uom più stima o
cura
che alla formica: e se più rara in quello
che nell’altra
è la strage,
non avvien ciò d’altronde
fuor che l’uom sue
prosapie ha men feconde.
Ben mille ed ottocento
anni varcàr
poi che spariro, oppressi
dall’ignea forza, i popolati seggi,
e
il villanello intento
ai vigneti, che a stento in questi
campi
nutre la morta zolla e incenerita,
ancor leva lo
sguardo
sospettoso alla vetta
fatal, che nulla mai fatta più
mite
ancor siede tremenda, ancor minaccia
a lui strage ed ai
figli ed agli averi
lor poverelli. E spesso
il meschino in sul
tetto
dell’ostel villereccio, alla vagante
aura giacendo
tutta notte insonne,
e balzando più volte, esplora il corso
del
temuto bollor, che si riversa
dall’inesausto grembo
sull’arenoso
dorso, a cui riluce
di Capri la marina
e di Napoli il porto e
Mergellina.
E se appressar lo vede, o se nel cupo
del domestico
pozzo ode mai l’acqua
fervendo gorgogliar, desta i
figliuoli,
desta la moglie in fretta, e via, con quanto
di lor
cose rapir posson, fuggendo,
vede lontano l’usato
suo nido, e
il picciol campo,
che gli fu dalla fame unico schermo,
preda al
flutto rovente
che crepitando giunge, e inesorato
durabilmente
sovra quei si spiega.
Torna al celeste raggio
dopo l’antica
obblivion l’estinta
Pompei, come sepolto
scheletro, cui di
terra
avarizia o pietà rende all’aperto;
e dal deserto
foro
diritto infra le file
dei mozzi colonnati il
peregrino
lunge contempla il bipartito giogo
e la cresta
fumante,
ch’alla sparsa ruina ancor minaccia.
E nell’orror
della secreta notte
per li vacui teatri, per li templi
deformi
e per le rotte
case, ove i parti il pipistrello asconde,
come
sinistra face
che per voti palagi atra s’aggiri,
corre il
baglior della funerea lava,
che di lontan per l’ombre
rosseggia
e i lochi intorno intorno tinge.
Così, dell’uomo ignara e
dell’etadi
ch’ei chiama antiche, e del seguir che fanno
dopo
gli avi i nepoti,
sta natura ognor verde, anzi procede
per sì
lungo cammino,
che sembra star. Caggiono i regni intanto,
passan
genti e linguaggi: ella nol vede:
e l’uom d’eternità s’arroga
il vanto.
E tu, lenta ginestra,
che di selve
odorate
queste campagne dispogliate adorni,
anche tu presto
alla crudel possanza
soccomberai del sotterraneo foco,
che
ritornando al loco
già noto, stenderà l’avaro lembo
su tue
molli foreste. E piegherai
sotto il fascio mortal non renitente
il
tuo capo innocente:
ma non piegato insino allora
indarno
codardamente supplicando innanzi
al futuro oppressor;
ma non eretto
con forsennato orgoglio inver le stelle,
nè sul
deserto, dove
e la sede e i natali
non per voler ma per fortuna
avesti;
ma più saggia, ma tanto
meno inferma dell’uom,
quanto le frali
tue stirpi non credesti
o dal fato o da te
fatte immortali.
WOLFGANG RUBSAM
Wolfgang Friedrich Rübsam nasce in Germania il 16 Ottobre 1946.
OSCAR WILDE
Oscar Wilde , nasce il 16 Ottobre 1854, muore il 30 Novembre 1900. Scrittore, Aforista, Poeta, Drammaturgo, Giornalista e Saggista irlande...
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