Il Demone. Storia
orientale è un Poema in versi di cui Michail Jur'evič
Lermontov scrisse tra il 1829 e il 1839.
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Trama
Lucifero, l'angelo cacciato dal Paradiso e in esilio perpetuo, vaga
solitario, tediato e afflitto dalla nostalgia. Mentre sorvola la
lussureggiante Georgia, la sua attenzione è rapita dalla casa di re
Gudal, costruita su alte mura non lontano dal fiume Aragvi. È
giorno di festa: la giovane principessa Tamara è stata promessa
sposa al «signore di Sinodal» e fervono i preparativi per il
matrimonio.
La fanciulla, circondata dalle amiche,
siede, secondo un costume locale, sul tetto della casa, ricoperto di
tappeti, quando si alza e danza per l'ultima volta nella vita.
Sensuale e bellissima, «colma di gioia infantile», per quanto
sovente «un segreto dubbio» le adombri il volto, Tamara balla e il
Demone la vede e «di colpo un'emozione inspiegabile» agita la sua
anima e riempie di «una beata armonia il deserto del suo muto
cuore». Di nuovo, dopo aver ricordato con malinconico rimpianto il
tempo della vita in cui fu un angelo, il Demone sente rinascere in sé
l'amore.
Ma la ragazza è prossima alle nozze: il fidanzato a cavallo si
dirige verso al casa di Gudal, con una carovana al seguito, e il
Demone, geloso, gli inculca nella mente pensieri lussuriosi, di modo
che quando passa accanto a una chiesa, non si ferma a pregare, come
voleva la tradizione, e prosegue dritto, smanioso di incontrare la
donna. E allora l'astuto Demone mette sulla sua strada dei briganti
osseti che lo uccidono e rubano i tesori custoditi nei carri. Il
«valente destriero» porta a destinazione il suo padrone morto. Il
dolore di Tamara è grande, anche se mai aveva veduto il giovane. Si
getta sul letto e piange; ed ecco che una voce incantevole le parla,
le sussurra di non versare lacrime per colui che non potrà sentire
la sua tristezza, tanto preziosa, e che già è rallegrato dai canti
intonati in Paradiso. Il seduttore conclude la sua "canzone",
tanto carezzevoli risuonano le parole, con la promessa di tornare e
mandarle «sulle ciglia di seta sogni dorati...». Così Tamara
comincia a fare sempre lo stesso sogno: un essere «nebuloso e muto»,
di bellezza non umana, si china sul suo cuscino e la guarda pieno
d'amore e di mestizia. Chi è dunque che le turba il sonno?
Tamara sente di essere dominata da una forza oscura, ne prova contro
la sua volontà attrazione e, nella speranza di tenerla lontana da
sé, entra in convento. Di giorno però lei stessa sospira
nell'attesa che lui arrivi, e di notte la creatura dagli
occhi tristi e dalla voce melodiosa torna a popolare i suoi sogni.
Tamara è tormentata: desidera pregare i santi, ma «il cuore manda
la preghiera» a colui che teme e al contempo desidera.
Il Demone vola intorno al monastero ed esita. Non osa ancora violare
la santità di quel luogo e per un attimo pensa di «abbandonare il
suo crudele intento». Tamara canta nella sua cella un canto dolce e
contrito, e il Demone comprende finalmente «l'angoscia dell'amore».
Vuole andar via, ma le ali non gli obbediscono e una «lacrima di
piombo» scende dai suoi occhi spenti, si fa fuoco e trafigge la
pietra. Commosso dalla tenerezza del canto, il Demone entra nella
cella di Tamara. Sente l'anima aprirsi al bene, è pronto ad amare di
nuovo e ha paura, nonostante il cuore orgoglioso, come un amante
qualunque al primo incontro con la persona cara, quando vede accanto
a Tamara un cherubino. Con la sua canzone la ragazza ha infatti
invocato l'aiuto dell'angelo e non, come ha creduto il Demone,
chiamato lui. Così, invece di un tenero saluto, il Demone deve
sentirsi dire dall'angelo di indietreggiare, che Tamara è
il suo amore sacro, e in lui svanisce la gioia, il
desiderio del bene, e l'antico odio si risveglia in tutta la sua
atroce potenza.
Satana grida all'angelo che la donna è sua e l'angelo
scompare.
Comincia il dialogo tra Tamara e il Demone, che rivela la sua
identità, a lei già ben nota. Egli è «colui che nessuno può
amare», il «signore di scienza e libertà», il nemico del cielo e
il male della natura. Nonostante l'infinito potere di cui è
portatore, è ai suoi piedi. Nulla gli importa più ormai, senza di
lei l'eternità è orrore. Tamara gli domanda perché tra tutte le
donne ha scelto di amare lei. Il Demone non lo sa. Sa solo che la sua
anima è inquieta, che anche in paradiso la felicità non era
perfetta dal momento che lei non c'era. Le descrive la sua vita
satura nei secoli di «amara gioia e amara sofferenza», le confida
quanto sia triste vivere solo per sé, sprofondato nella noia, quanto
anche compiere il male lo lasci indifferente. La sua infelicità non
può mutare, né cessare con la morte essendo egli immortale,
nondimeno la sua vita, prima di amare, era del tutto simile alla
morte, priva di speranza e di moti del cuore.
Tamara non disdegna il sofferente demone, ne è attratta, ma teme che
la sua parola sia ingannevole, che lui voglia solo sedurla, perciò
gli chiede di farle un giuramento solenne: che il suo è amore e non
menzogna. E il Demone promette. Con bellissima poesia imbastisce un
modello di alta retorica in cui viene a confluire la «sua energia
erotica», la conoscenza del cuore femminile, la sicumera del grande
tentatore. A Tamara offre l'amore eterno e immutabile, la farà
«regina dell'universo», le rivelerà «l'abisso dell'ardita
conoscenza», le darà il dominio del mondo e, trascinato
dall'eloquenza, anche l'impossibile: palazzi di ambra e di turchese,
la corona nuziale strappata dalle stelle e bagnata nella rugiada.
«Amami!», prega e ordina il Demone, a conclusione del giuramento.
Allora Tamara si
lascia baciare. Le ardenti labbra di Satana sfiorano la sua bocca
tremante, i suoi occhi la guardano con sovrumana, insostenibile
intensità, e la folgorano. Il bacio del Demone dona la morte, è
veleno che penetra nel cuore. Il grido di lei lacera la notte. Con
quel grido, un misto di terrore, amore, rimprovero, supplica, la
fanciulla dice addio alla vita.
Tamara morta, distesa nella bara ha sulle labbra un sorriso strano,
come a voler fermare il ricordo del bacio travolgente, anche se
fatale. Gudal la fa seppellire nel tempio degli antenati, tra le nevi
del monte Kazbek. Poco dopo, l'angelo vola nello spazio del
cielo infinito, stringendo al petto l'anima di Tamara. Appare come un
fulmine il Demone e grida di nuovo, ribollente di odio e con sguardo
maligno: «Lei è mia!», ma stavolta l'angelo s'impone. L'anima di
Tamara – chiarisce – è di quelle «la cui vita è un unico
momento di un insopportabile dolore, e di mai raggiungibili diletti»,
un'anima non creata per il mondo, che ha dubitato, errato, sofferto
ed amato, e perciò predestinata al paradiso.