La peste è
un romanzo dello scrittore francese Albert
Camus del 1947.
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Trama
La storia è ambientata ad Orano,
nell'allora Algeria francese in un imprecisato momento
degli anni quaranta («un giorno d'aprile 194...», recita
l'incipit). Orano è descritta come una città mercantile senza
alberi, senza giardini, senza piccioni, in cui l'arrivo della
primavera si avverte solo perché al mercato si vendono i fiori
arrivati da fuori.
Tutti i cittadini si dedicano al lavoro
e agli affari molto intensamente. Lasciati gli uffici si va al caffè,
si passeggia lungo i viali o si sta affacciati sui balconi. In questa
città è difficile essere malati o moribondi, perché non si possono
avere le attenzioni né la tenerezza che si devono a un malato.
Protagonista è Bernard Rieux, medico francese residente a Orano, e
il romanzo è condotto come cronaca scritta in terza
persona dallo stesso Rieux.
La storia ha inizio con quest'ultimo
che accompagna la moglie, gravemente malata, alla stazione di Orano,
dove prenderà un treno per raggiungere una non meglio precisata
località per curarsi. Poco dopo la partenza della donna, scoppia
un'improvvisa moria di ratti.
Gli animali vengono trovati morti a
migliaia a ogni angolo della città, ma nessuno vi presta più di un
ragionevole stupore. È, in realtà, la prima avvisaglia del
terribile flagello che sta per abbattersi su Orano.
Dopo la sospetta morte di Michel,
anziano portiere del condominio ove risiede Rieux, in città si
diffondono casi analoghi: i malati presentano febbre alta, noduli e
rigonfiamenti all'inguine e alle ascelle, macchie scure sul corpo e
muoiono dopo una delirante, ma breve agonia. Rieux e l'anziano
collega Castel riconoscono i sintomi della peste bubbonica.
Inizialmente, nessuno vuol prendere in considerazione i sospetti dei
due medici, neppure le autorità che temono crisi di panico presso la
popolazione. Quando però l'epidemia esplode in tutta la sua violenza
devastatrice, da Parigi viene ordinato di chiudere la città
con un cordone sanitario, al fine di impedire il propagarsi del
contagio.
Gli abitanti di Orano reagiscono ognuno
a modo suo. Alcuni non rinunciano ai piaceri della vita di ogni
giorno: i bar e i ristoranti restano aperti, mentre a teatro viene
riproposta di continuo la rappresentazione di un gruppo di attori
rimasti bloccati dal cordone sanitario. Altri, invece, si barricano
in casa temendo il contagio. Nonostante il pensiero per la moglie
malata, Rieux non si tira indietro dal prestare le cure agli
appestati. Viene aiutato da Jean Tarrou, quest'ultimo vero e proprio
co-protagonista del romanzo.
Tarrou è figlio di un pubblico
ministero francese, destinato, secondo le intenzioni del padre,
a intraprendere anch'egli la professione forense. Un giorno,
tuttavia, il padre lo aveva invitato ad assistere a una sua arringa
in un processo penale, nel quale era riuscito a ottenere la condanna
a morte dell'imputato. Il giovane Jean, colpito dalla freddezza
con cui il padre aveva chiesto e ottenuto l'esecuzione di un uomo, ne
era rimasto inorridito e aveva deciso di lasciare la Francia e di
girare per il mondo. Con sé porta sempre dei taccuini, che redige
meticolosamente e sui quali, a Orano, descrive l'evolversi
dell'epidemia. Tarrou istituisce, altresì, un corpo di volontari per
il trasporto degli appestati e dei morti.
Dietro ai due protagonisti si snodano
le storie di altri personaggi: Joseph Grand, impiegato comunale
impegnato nella stesura di un'opera letteraria sulla cui prima frase
non riesce a convincersi; Cottard, un commerciante che, dopo aver
tentato il suicidio, si arricchisce lucrando sulla carenza di generi
di prima necessità; il padre gesuita Paneloux, che nelle
sue prediche parla della peste come una punizione mandata da Dio a
causa delle colpe degli uomini.
C'è, infine, Raymond Rambert, un
giovane giornalista francese che cerca disperatamente da Rieux un
aiuto per tornare in Francia e ricongiungersi alla donna che ama.
L'occasione per fuggire, alfine, gli si presenta, ma Tarrou lo
ammonisce, facendogli notare come Rieux, nonostante la moglie sia
lontana e, per giunta, gravemente malata, presti instancabilmente le
sue cure agli ammalati. Colpito dalle parole di Tarrou, Rambert
decide di restare e si unisce al corpo dei volontari. L'epidemia
intanto dilaga. All'arrivo dell'estate, la peste degenera dalla forma
bubbonica a quella polmonare, molto più grave e altamente
contagiosa. Nelle scuole, attrezzate provvisoriamente a ospedali, gli
appestati aumentano in numero esponenziale.
E cresce sempre di più anche il numero
dei morti: centinaia di persone periscono ogni giorno e le autorità
cittadine devono cercare nuovi siti ove scavare fosse comuni.
In autunno, si accende una speranza: il
dottor Castel sviluppa un antidoto che potrebbe contrastare il morbo
e guarire gli ammalati. Rieux lo sperimenta sul figlioletto del
Giudice Othon, colpito dalla peste in maniera assai grave: la cura,
tuttavia, non ha effetto e il bambino, al cui capezzale si stringono
Rieux, Tarrou e padre Paneloux, che invoca l'aiuto divino per
salvarlo, muore dopo atroci sofferenze.
La città sembra ormai rassegnata al
disastro. Gli abitanti si chiudono nelle case, mentre anche padre
Paneloux muore. Gli stessi Rieux e Tarrou sembrano aver perso le
speranze: tra i due nasce una profonda amicizia e decidono per un
attimo di staccarsi dalla realtà, concedendosi, una notte, un bagno
in mare. Si giunge a Natale e anche Grand viene contagiato:
quando l'impiegato sembra ormai prossimo alla fine, Rieux tenta il
tutto per tutto, somministrandogli un nuovo siero. La nuova cura
funziona: Grand guarisce e, nel frattempo, la peste incomincia a
perdere virulenza. Ricompaiono alcuni ratti, mentre il numero degli
appestati e dei morti diminuisce sempre di più.
Nella sua ultima fase, però,
l'epidemia uccide Othon e, soprattutto, Tarrou. Quest'ultimo,
convinto che ormai l'epidemia fosse alla fine, aveva omesso le
quotidiane abluzioni nelle sostanze disinfettanti, venendo così
contagiato: Rieux, nel frattempo raggiunto dalla notizia della morte
della moglie, tenta disperatamente di salvare l'amico
somministrandogli il siero, ma ogni sforzo risulta vano. A breve,
comunque, l'epidemia giunge al suo epilogo. A febbraio, finalmente,
il cordone è levato e la città esplode in festa.
L'unico a non gioire è Cottard, che,
deluso dalla fine della situazione a lui vantaggiosa, cade vittima di
un raptus di follia e, da una finestra della propria abitazione, dà
luogo a una sparatoria sulla folla, prima di essere arrestato
dalla gendarmeria. Ma anche Rieux è cauto. Mentre esamina i
taccuini lasciatigli da Tarrou, sulla base dei quali stenderà il
racconto, ammonisce le autorità sulla necessità di una prevenzione
contro un eventuale futuro ritorno della peste, i cui bacilli possono
restare inerti per anni prima di colpire ancora.