La Vita nuova è la prima
opera di attribuzione certa di Dante Alighieri, scritta tra
il 1293 e il 1294. Si tratta di un prosimetro nel
quale sono inserite 31 liriche (25 sonetti, 1 ballata,
5 canzoni) in una cornice narrativa di 42 capitoli.
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La Vita nuova, nell'edizione
critica curata da Michele Barbi per la Società
Dantesca Italiana nel 1907 e rivista nel 1932, si basa su circa
quaranta manoscritti. Oltre a quelli principali, nel XX secolo, sono
stati ritrovati altre parti del testo, come il Frammento
Trespiano (Ca); nell'insieme, l'opera risulta composta da 42
capitoli e 31 liriche.
La recente edizione critica dell'opera
curata da Stefano Carrai - che attinge in particolare al
manoscritto Chigiano L.VIII. 305, il più antico di tutti,
risalente alla metà del Trecento - propone invece una suddivisione
diversa, in 31 capitoli, corrispondenti esattamente al numero delle
liriche.
La composizione, sotto il profilo dei
contenuti, si apre con un brevissimo proemio. In esso Dante sviluppa
il concetto di memoria (il libro della memoria) in quanto
magazzino di ricordi che permette di ricostruire la realtà non in
ogni suo dettaglio, ma con una visione di insieme, ricordando cioè
l'avvenimento generale.
Dante narra di incontrare per la prima
volta Beatrice quand'egli aveva appena nove anni e nove mesi e lei
nove anni e tre mesi (il numero nove, evidente richiamo alla Trinità
appare diverse volte nell'opera: rappresenta il miracolo).
L'opera è suddivisa in 3 fasi.
Una prima fase in cui Beatrice gli
concede il saluto, fonte di beatitudine e salvezza (dal latino
salutem).
Tuttavia a causa dei rituali dell'amor
cortese, si sforza di tenere nascosta l'identità dell'amata, perciò
finge di rivolgere il suo amore ad altre donne definite "dello
schermo", in tal modo protegge il suo amore dai "malparlieri",
la finzione suscita le chiacchiere della gente, e ciò provoca lo
sdegno di Beatrice la quale nega il saluto a Dante.
Suddetto a seguito della privazione del
saluto della sua donna entra in un periodo di sofferenza (utilizzando
il modello della poesia di imitazione Cavalcantiana, imperniata
sull'analisi dei tormenti provocati sull'amore); però Dante si
accorge che il fine dell'amore non è più il saluto della donna, ma
è la lode alla gentilissima.
Ergo la seconda fase è l'amore
fine a se stesso.
Una terza fase in cui Beatrice
muore e il rapporto non è più tra il poeta e la donna amata, ma tra
il poeta e l'anima della donna amata.
Dal primo incontro di Dante e Beatrice
inizia la "tirannia di Amore" che egli stesso indica come
causa dei suoi comportamenti. Rivedrà poi la sua "musa"
all'età di diciotto anni (1283) e dopo aver sognato il dio Amore
mentre tiene in braccio Beatrice che piangendo mangia il suo cuore,
compone una lirica in cui chiede ai poeti la spiegazione di tale
sogno allegorico. Nessuno dei poeti dà la risposta che a
posteriori, secondo Dante è quella corretta, cioè un presagio della
morte giovanile di Beatrice, ma leggendo quel sonetto Cavalcanti
decide di volere stringere amicizia con Dante, tanto da divenire "il
primo delli soi amici". Per non compromettere Beatrice, il poeta
finge di corteggiare altre due donne dette dello "schermo"
indicategli da Amore, e soprattutto dedica a loro i suoi
componimenti: Un giorno, mentre il poeta e Beatrice di trovano in
chiesa, Dante guarda la sua amata ma tutti credono che rivolga la sua
attenzione a un'altra donna che si trova tra i due, per cui si crea
un equivoco: Dante non fa nulla per chiarirlo e lascia che tutti
pensino che i suoi versi siano dedicati a questa donna-schermo,
per non danneggiare la reputazione di Beatrice. Quando la
donna-schermo deve lasciare Firenze, Amore suggerisce a Dante di
usare una seconda donna per continuare l'equivoco, ma stavolta
Beatrice non gradisce il comportamento del poeta e gli nega il
saluto. Dante ne è sconfortato e soffre molto, specie quando
incontra nuovamente Beatrice a una festa e viene preso "a gabbo"
(viene deriso) da altre donne perché lui, alla vista dell'amata, è
colto da turbamento. In seguito Dante riflette sul fatto che farebbe
meglio ad evitare di incontrare Beatrice, visto che la sua presenza
gli provoca tanta sofferenza, e conclude che in ogni caso il suo
amore per lei è troppo forte per consentirgli di evitarla, anche se
ciò è motivo per lui di strazio e derisione. Un giorno, mentre
cammina per la città, Dante incontra un gruppo di donne che gli
chiedono perché continui ad amare Beatrice visto che non sostiene
neppure la sua presenza: Dante riflette e comprende che la sua
felicità non deve essere riposta nel saluto o nel riconoscimento che
può dargli Beatrice, bensì nelle parole di lode che lui
le rivolge nelle sue poesie. Ha inizio la fase delle cosiddette "nove
rime", caratterizzata da poesie quali la canzone Donne
ch'avete intelletto d'amore.
A questo punto ha inizio la seconda
parte del prosimetro in cui Dante si prefigge di lodare la
sua donna. In questa parte spicca il famoso sonetto Tanto
gentile e tanto onesta pare.
Morta Beatrice nel 1290, e conclusasi
la seconda parte, dopo un periodo di disperazione, di cui non si
forniscono numerosi dettagli, il poeta è attratto dallo sguardo di
una "donna gentile".
Ben presto Dante comprende che
l'interesse per questa nuova donna va allontanato e soffocato, poiché
solo attraverso l'amore per Beatrice potrà raggiungere Dio. Ad
aiutarlo in questa riflessione è il passaggio in Firenze di alcuni
pellegrini diretti a Roma, che simboleggiano il pellegrinaggio
intrapreso da ogni uomo verso la gloria dei cieli. Una visione gli
mostra Beatrice nella gloria dei cieli e il poeta decide di non
scrivere più di lei prima di esser divenuto in grado di parlarne più
degnamente, ovvero di dirne "ciò che mai non fue detto
d'alcuna". L'ultimo capitolo, in cui questa necessità è
esposta, viene considerato una prefigurazione della Commedia.
Beatrice è una figura angelica, circonfusa di un'aura di sacralità,
che dalla sua prima apparizione avvince Dante e lo purifica,
elevandone i sentimenti, riuscendo a riportarlo allo stesso livello
di salute spirituale anche dopo morta, mantenendovelo per sempre: la
sua funzione supera perciò la breve esperienza d'amore
caratteristica degli altri poeti dello stilnovo, per diventare
fondamento di eterna salvezza.
I capitoli in prosa rappresentano da un
lato la narrazione vera e propria e dall'altro servono da spiegazione
dei componimenti lirici. Le liriche furono scelte fra quelle che
Dante aveva composto (a partire dal 1283) in onore di diverse
figure femminili e, soprattutto, per la stessa Beatrice; in seguito
ne vennero composte altre insieme alle parti in prosa.
Natalino Sapegno scrive:"Oltre
gli esempi, non rari nella letteratura medievale da Boezio in
poi, di opere miste di prosa e versi, le vida e
le razó compilate in margine ai testi
poetici provenzali costituiscono un modello più vicino e
pertinente di questo narrare dantesco; salvo che qui la materia
è autobiografica, sentita liricamente e non in forma
aneddotica, e la struttura del racconto di gran lunga più organica e
tutta ordinata secondo un concetto personale. Inoltre a ogni lirica
segue o precede una "divisione", svolta secondo i
procedimenti dell'esegesi medievale, e specialmente di quella
applicata alle Sacre Scritture."
Il titolo Vita Nuova significa
'vita rinnovata e purificata dall'amore'.
Nella struttura dell'opera, oltre
ovviamente ad essere evidenti le tematiche tipiche dei poeti
del dolce stil novo (Guido Guinizelli, Guido
Cavalcanti ecc.) si ravvisano anche gli influssi della lirica
provenzale, ad esempio nel capitolo V, dedicato alla cosiddetta
"donna dello schermo" (con un chiaro riferimento al senhal)
ma anche nel "sirventese sui nomi di belle donne" (cap.
VI), dato che il sirventese era un componimento celebrativo tipico
appunto della lirica trobadorica. Così pure il tema del "cuore
mangiato" si rifà con evidenza al Compianto in morte di
ser Blacatz di Sordello da Goito. L'influenza, in ogni
caso, è non solo strutturale o concettuale ma anche testuale: si
pensi per es. al sonetto Tutti li miei penser parlan
d'amore (cap. XIII), dove il primo verso ricalca l'incipit della
canzone di Peire Vidal Tuit mei consir son d'amor e de
chan.