Pasqualino Settebellezze è un
film del 1975 scritto e diretto da Lina Wertmüller.
Con Giancarlo Giannini
#movie #history
Trama
Napoli, anni 1930. Pasqualino
Frafuso, detto Settebellezze, è un guappo che
tenta di farsi largo nella società aspirando all'onore e
al rispetto. Il suo soprannome deriva secondo alcuni
dal fatto che è l’unico uomo di una famiglia composta da sette
donne, secondo lui invece perché, pur essendo brutto, ha molto
successo con le donne.
La maggiore delle sue sorelle, Concetta
Frafuso, si innamora di Totonno, detto Diciotto carati, il quale
è un "pappone" che la inganna promettendole di sposarla,
ma poi la forza a prostituirsi nel suo postribolo. Pasqualino lo
affronta, ma viene battuto e umiliato di fronte ad un folto pubblico
di prostitute. Per vendicare l'onorabilità di sua sorella e
quindi della sua famiglia, non gli resta che compiere un delitto
d'onore.
Intrufolatosi a casa di Totonno, lo
trova disarmato e lo minaccia con la pistola, ma finisce per
ucciderlo accidentalmente. Poiché Totonno era disarmato, il suo
omicidio non può essere considerato "d'onore": ciò
significa che Pasqualino rischia la prigione o addirittura
la pena capitale.
Sapendo questo, chiede aiuto a Don
Raffaele, che gli consiglia di disfarsi del cadavere; quindi,
maldestramente, Pasqualino taglia a pezzi il corpo di Totonno e ne
nasconde gli arti in più valigie, che spedisce in destinazioni
diverse. È convinto che con questo stratagemma non verrà mai
scoperto, eppure viene immediatamente rintracciato e arrestato
per omicidio.
Per l'opinione pubblica diventa il
mostro di Napoli. Al processo, non potendo far valere il movente
d'onore, l'avvocato che gli procura Don Raffaele fa valere invece una
presunta "infermità mentale" e gli evita così la pena
capitale. Pasqualino viene comunque condannato a dodici anni, da
scontare nel manicomio criminale di Aversa.
Nel frattempo, sua madre e tutte le sue
sorelle, per sopravvivere e pagare l'avvocato di Don
Raffaele, diventano anche loro delle prostitute.
Nel 1941, dopo lo scoppio della seconda
guerra mondiale, il regime fascista offre ai detenuti la
possibilità di scontare la pena arruolandosi nella spedizione
in Russia. Attaccato alla sua filosofia del "tirare a campà"
e pur di lasciare il manicomio criminale, Pasqualino accetta. Una
volta al fronte, Pasqualino si trova a fare i conti con gli orrori
della guerra e decide di disertare. Nella fuga conosce un altro
soldato disertore, Francesco; quest'ultimo nutre un profondo
disprezzo per il regime instaurato da Mussolini ed è
pentito di aver acconsentito alla proposta di arruolamento.
I due giungono in Germania, dove
vengono catturati dai nazisti e successivamente
imprigionati in un lager, diretto da una grassa e sadica
comandante; nel lager, Pasqualino e Francesco conoscono Pedro,
un anarchico spagnolo che ha fallito diversi attentati nei
confronti di Hitler, Salazar e Mussolini.
Per salvare la pelle, Pasqualino
fa la corte alla comandante, che accetta le sue avances e
lo costringe ad avere più volte degli squallidi rapporti sessuali,
resi ancor più ardui dalla debolezza dell'uomo dovuta alle
privazioni della prigionia. Per metterlo alla prova, la nazista lo
nomina kapò e un giorno lo costringe a scegliere sei
detenuti da mandare a morte: Francesco si dimostra subito contrario
al "ricatto schifosissimo" e cerca di convincere Pasqualino
a rifiutarlo, ma quest'ultimo è terrorizzato dall'idea di morire in
quell'inferno, e decide di accondiscendere.
Il giorno dopo, si tiene un appello
nella piazza del lager: Pasqualino pronuncia i nomi delle persone da
lui scelte per la fucilazione, ma in quel momento Pedro,
esasperato dalla brutalità dei nazisti, si ribella e inizia ad
insultarli. Inseguito dalle guardie, l'anarchico fugge
nella latrina e tenta di scappare gettandosi in un fosso di
feci liquide, ma le guardie lo raggiungono e fanno fuoco,
uccidendolo. Dinanzi all'uccisione a sangue freddo di Pedro,
Francesco decide di seguirne l'esempio e inizia ad urlare insulti
alle guardie e alla comandante, venendo puntualmente picchiato dagli
altri kapò. Inutili sono i tentativi di Pasqualino di salvarlo:
quest'ultimo viene costretto dalla stessa comandante ad ucciderlo,
pena la morte.
Per la prima volta nella sua vita,
Pasqualino mostra dei dubbi verso la sua filosofia di sopravvivenza,
ma Francesco gli chiede personalmente di ucciderlo, in quanto è
esausto delle torture e del dolore vissuto nel lager. Disperato,
Pasqualino uccide Francesco sparandogli un colpo in testa, mentre i
sei detenuti scelti da lui vengono fucilati dalle guardie.
Terminata la guerra, Pasqualino torna
in una Napoli devastata dalle bombe, dove ritrova le donne della
sua famiglia e la giovane fidanzata, che lo accolgono amorevolmente.
Tutte loro sono costrette a prostituirsi con gli Alleati, mentre
Pasqualino è ormai un uomo cambiato, profondamente scosso dagli
eventi di cui è stato protagonista, e che si vergogna profondamente
del fatto che la sua volontà di sopravvivere abbia portato
alla morte degli innocenti, tra cui i suoi cari amici.
La madre
cerca di rincuorarlo: «Il passato è passato, non pensarci più a
queste miserie! Tu sei vivo!». Pasqualino osserva la sua immagine
nello specchio, che non riflette più il volto di
un guappo pavoneggiante e attaccato alla dignità, bensì
di un uomo sconfitto, umiliato e ferito; pur conscio della sua
condizione, replica: «Sì... sono vivo».