Le ceneri di Gramsci è una
raccolta di poesie di Pier Paolo Pasolini pubblicata
nel 1957.
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L'Appennino, datato in calce 1951, è
il primo dei poemetti e apparve per la prima volta
su Paragone-Letteratura nel dicembre 1952. In un
itinerario geografico-culturale, storico-antropologico dove
domina poeticamente la luce bianca della luna e al cui
centro ideale vi è la statua di Ilaria del
Carretto di Jacopo della Quercia, l'autore percorre tutta
l'Italia centro-meridionale, da Lucca a Napoli.
Il motivo della bianca luna (motivo romantico) e la descrizione di
Ilaria, fanno pensare al Leopardi di Sopra un
bassorilievo sepolcrale.
Il canto popolare, datato 1952-53, è
il secondo poemetto e fu pubblicato nel 1954 sotto forma di
plaquette. In esso il popolo, che partecipa alla storia per
"magica esperienza", esprime la sua forza nel canto. Chiude
il poemetto un'allocuzione a un giovane che canta spensieratamente
sulle rive del fiume Aniene un canto popolare, dove il
pessimismo è mitigato dalla "forza" e "felicità"
del ragazzo proletario.
Segue il poemetto Picasso che
apparve su Botteghe Oscure nel 1953. Esso è
ambientato alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna, dove è
allestita una mostra dedicata a Pablo Picasso. L'autore, nella
sezione VIII, rileva nella pittura dello spagnolo un
"errore" che consiste nell'assenza in essa del popolo e del
suo "brusio". Vi è dunque in questi versi una polemica
implicita con l'establishment culturale comunista che
riteneva Picasso un artista rappresentativo
dell'ideologia marxista.
Il quarto poemetto, Comizio,
apparve sempre su Botteghe Oscure nel settembre del 1954
con il titolo Notte in Piazza di Spagna. Il poeta si trova per
caso ad assistere ad un comizio del Movimento Sociale
Italiano dove la "falange, folta" di neofascisti è
caratterizzata da "triste oscurità" mentre il popolo, che
è sano, rivela una "oscura allegria". Il mondo fascista è
descritto come debole, precocemente vecchio e vile. Le ultime terzine
sono dedicate al fratello Guido, partigiano morto in
giovane età a Porzûs, che egli rivede tra quella enorme folla
simile a un Cristo deforme fra i mostri in un quadro
di Bosch.
Il poemetto L'umile Italia, il
quinto, apparve nell'aprile del 1954 su Paragone-Letteratura e
rappresenta la contrapposizione tra la cupa tristezza dell'Agro
romano e la limpida luminosità del settentrione. Il Nord, il
cui emblema sono le rondini, è puro e umile e il Meridione è
"sporco e splendido" ma "È necessità il capire / e
il fare: il credersi volti / al meglio" cercando di lottare pur
soffrendo senza lasciarsi andare alla "rassegnazione-furente
marchio / della servitù e del sesso- / che il greco meridione fa /
decrepito e increato, sporco / e splendido".
Il sesto poemetto, dal titolo Quadri
friulani, apparve sulla rivista Officina nel luglio
del 1955 con il titolo I campi del Friuli ed
è dedicato all'amico pittore Giuseppe Zigaina. In esso la
memoria dell'adolescenza ritorna sul paesaggio friulano e sul popolo
"di braccianti vestiti a festa, / di ragazzi venuti in
bicicletta / dai borghi vicini" con accenti foscoliani.
"Felice te, a cui il vento primaverile....".
Segue il poemetto che dà il titolo
alla raccolta, Le ceneri di Gramsci, datato 1954 e pubblicato
sul n. 17-18 di Nuovi Argomenti del
novembre-febbraio '55-'56. L'incipit, "Non è di maggio
questa impura aria" apre il poema sopra una primavera romana
oscura e sporca. Il poeta, che è a colloquio con la tomba di Antonio
Gramsci, dice che è lontano il "maggio italiano" nel quale
il giovane Gramsci delineava "l'ideale che illumina" e che
oggi tutto è tedio e silenzio. In questi versi di memoria
foscoliana, Pasolini dichiara la propria posizione di intellettuale
irregolare "attratto da una vita proletaria / a te anteriore, è
per me religione / la sua allegria, non la millenaria / sua lotta: la
sua natura, non la sua / coscienza" e, pur cosciente di
desiderare l'identificazione con il proletariato che è l'oggetto
d'amore, sa di essere diverso.
Le Ceneri proseguono con
un excursus sul poeta inglese Shelley, anch'egli
sepolto nel cimitero acattolico di Roma. Viene poi ripreso il
dialogo con Gramsci dove il poeta confessa di essere anch'egli
sedotto dal "sesso", dalla "luce" e dalla
"lietezza" italiane e gli domanda: "Mi chiederai tu,
morto disadorno, / d'abbandonare questa disperata / passione di
essere al mondo?".
Nell'ultima parte della sezione viene
descritta la sera romana nel rione Testaccio, dove i ragazzi
giocano, felici, fuori dalla storia e il poeta,
contrapponendosi a essi dice desolato: "Ma io.../ potrò mai più
con pura passione operare, / se so che la nostra storia è finita?".
Segue alle Ceneri Recít,
pubblicato nel 1956 su Botteghe Oscure, dove il poeta prende lo
spunto dall'accusa di oscenità che era stata fatta al
suo romanzo Ragazzi di vita.
Siamo ancora in un
quartiere romano, Monteverde Vecchio, e il poeta ode le minacce
dei persecutori "sordidamente ossessi / contro chi tradisce,
perché è diverso", ma non è capace di odio, "quasi grato
al mondo per il mio male, il mio / essere diverso".
Il terzultimo lungo poemetto è Il
pianto della scavatrice, apparso nel 1957 su Il Contemporaneo,
in cui Pasolini ricorda i primi tempi del suo esilio, dopo la fuga
dal Friuli, per atti osceni, rimpiangendo quei momenti di vita. Segue
il lamento di una scavatrice, simbolo delle borgate che scompaiono e
di un mondo che si rinnova, e per questo piange.
Una polemica in versi, che è il
penultimo poemetto, apparve nel novembre del 1956 su "Officina"
come risposta al contrattacco redazionale uscito su Il
Contemporaneo nel giugno del 1956 in seguito ad un suo
articolo, La posizione, in cui criticava le durezze degli
intellettuali comunisti. Fa da sfondo una Festa de L'Unità e
il poeta si rivolge ai comunisti accusandoli di "brutalità
della prudenza", di mancanza di passione, d'incapacità a
servire il popolo.