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01 aprile 2026

ERNST MUNCH


Ernst Münch, nasce il 31 Dicembre 1859, muore il 1 Aprile 1928.

Organista e Direttore di Coro francese.

#Munch #ErnstMunch #France #Organ #Music #Chior

Münch insegnò Organo al Conservatorio di Strasburgo e tra i suoi allievi vi furono Joseph Müller-Blattau, Heinrich Böll e Adolf Hamm.

Per molti anni fu Organista e Direttore del Coro della Chiesa di San Guglielmo a Strasburgo.

Li fondò il Wilhelmer Choir che, sotto la sua Direzione, divenne note per le Esecuzioni delle Opere di Johann Sebastian Bach.

Münch era il fratello del Direttore d'Orchestra Eugen Münch e zio del Direttore d'Orchestra Hans Münch.

Suo figlio Charles fu un Direttore d'Orchestra e Violinista che collaborò per lungo tempo con la Boston Symphony Orchestra.

Sua figlia Emma sposò Paul Schweitzer, fratello di Albert Schweitzer.

Suo figlio Fritz Münch gli succedette come Direttore del Wilhelmer Choir e fu Direttore del Conservatorio di Strasburgo per molti anni.


29 marzo 2026

KRZYSZTOF PENDERECKI

 Krzysztof Penderecki, nasce il 23 Novembre 1933, muore il 29 Marzo 2020.

Compositore e Direttore d'Orchestra polacco.



Premi e Riconoscimenti :
Premio Wolf per le Arti 1987
Premio Imperiale 2004

Composizioni :
Opere liriche :
  • I diavoli di Loudun, opera in tre atti
  • Paradiso perduto, sacra rappresentazione in due atti
  • La maschera nera, opera in un atto
  • Ubu Rex, opera buffa in due atti

Composizioni vocali e strumentali :
  • Salmi di Davide
  • Strophes
  • Dimensioni del tempo e del silenzio 
  • Cantata in honorem Almae Matris
  • La Passione secondo San Luca 
  • Dies Irae Oratorio in memoria delle vittime di Auschwitz
  • Utrenja I
  • Utrenja II 
  • Kosmogonia
  • Canticum Canticorum Salomonis 
  • Magnificat
  • Te Deum
  • Lacrimosa
  • Un Requiem polacco 
  • Le sette porte di Gerusalemme – Sinfonia n. 7, sinfonia corale
  • Inno a San Daniele
  • Inno a San Adalberto
  • Credo per soli, coro e orchestra
  • Drei Chinesische Lieder per baritono e orchestra
  • Kadisz per soprano, tenore, voce recitante, coro maschile e orchestra
  • Powiało na mnie morze snów... per soprano, mezzo soprano, baritono, coro misto e orchestra
  • Ein feste Burg ist unser Gott per coro misto, ottoni, percussioni e orchestra d'archi

Composizioni per Coro a cappella :
  • Stabat Mater dal Requiem polacco 
  • Miserere
  • In pulverem mortis dalla Passione secondo San Luca 
  • Agnus Dei
  • Il canto di Cherubino
  • Veni Creator
  • Benedicamus Domine
  • Benedictus
  • Agnus Dei da Versöhnung Messe
  • O Gloriosa Virginum

Composizioni per Orchestra :
  • Emanations per due orchestre d'archi
  • Epitaph "Artur Malawski in memoriam"
  • Anaklasis per archi e gruppi di percussioni
  • Trenodia per le vittime di Hiroshima 
  • Polymorphia per quarantotto strumenti ad arco
  • Fluorescences per orchestra
  • Kanon per archi
  • Tre pezzi in stile antico per orchestra d'archi
  • De natura sonoris n. 1 per orchestra
  • Pittsburgh Overture per orchestra
  • Preludio per fiati, percussione e contrabbassi
  • De natura sonoris n. 2 per orchestra
  • Sinfonia n. 1 per orchestra
  • Intermezzo per ventiquattro archi
  • Il risveglio di Giacobbe per orchestra
  • Adagietto dall'opera Il Paradiso perduto per orchestra
  • Sinfonia n. 2 "Di Natale"
  • Passacaglia e Rondo per orchestra
  • Sinfonia n. 3 per orchestra
  • Sinfonia n. 4 "Adagio" per orchestra
  • Sinfonietta per archi
  • Sinfonia n. 5 per orchestra
  • Musik aus “Ubu Rex” per orchestra
  • Serenade per orchestra d'archi
  • Fanfarria Real
  • Sinfonia n. 8 “Lieder der Vergänglichkeit”
  • Ciaccona in memoria di Papa Giovanni Paolo II
  • De natura sonoris n. 3 per orchestra

13 marzo 2026

MUSICA - LA PETITE MESSE SOLENNELLE DI G. ROSSINI - STORIA

 


La Petite Messe Solennelle (Piccola messa solenne) è una Composizione Sacra di Gioachino Rossini .

Fu scritta nel 1863.

 #PetiteMesseSolennelle #music #SacredMusic #Rossini #history

Organico :

 

Soli (Soprano,Contralto, Tenore, Basso)

Coro (soprani, contralti, tenori, bassi)

Due Pianoforti

Harmonium

 

Nella partitura originale di Rossini è prescritto che i solisti debbano cantare anche con il Coro.
Per il secondo pianoforte Rossini non ha scritto una parte indipendente, bensì di raddoppio o rinforzo del primo.

 

Struttura musicale :

1. Kyrie - coro

2. Gloria

Gloria in excelsis Deo - soli, coro

Gratias agimus tibi - soli (contralto, tenore, basso)

Domine Deus - tenore solo

Qui Tollis - soli (soprano, contralto)

Quoniam - basso solo

Cum Sancto Spiritu - coro

3.Credo

Credo - soli, coro

Crucifixus - soprano solo

Et resurrexit - soli, coro

4. Offertorium (Prélude religieux) - pianoforte solo (organo, nella II versione)

5. Sanctus - soli, coro

6. O salutaris hostia - soprano solo

7. Agnus Dei - contralto solo, coro

 

Rossini abbandonò la composizione di opere liriche dopo il successo ottenuto con la sua ultima Composizione per il Teatro, il Guglielmo Tell (1829).

Da allora, quando aveva trentasette anni, si dedicò ugualmente alla composizione dedicandosi però alla musica da camera e sacra senza pubblicare alcun lavoro eppur lasciando Capolavori specialmente in ambito sacro.

Di questi, due sono considerati tra i migliori Capolavori della Musica del XIX Secolo: lo Stabat Mater, composto tra il 1831 e il 1841, e la Petite messe solennelle, composta nel 1863, cinque anni prima della sua morte ed "ultimo dei miei Peccati di vecchiaia", come il compositore amava definire i suoi lavori di età senile.

Capolavoro nuovo, quasi azzardato per anni in cui imperava il romanticismo, con la sua melodia, che solo in seguito sarà valutata come capolavoro rossiniano: esso anticipa i tempi della musica moderna dando nuovi indirizzi estetici e forme avveniristiche che si svilupperanno ben oltre la metà dell'Ottocento per giungere agli inizi del ‘900.

La Petite messe solennelle fu scritta per 12 Cantanti, di cui quattro Solisti, due Pianoforti e un Harmonium.

Rossini la volle anche orchestrare, nel 1867, sia perché spinto da più parti ma, soprattutto, ritenendo che se l'orchestrazione fosse stata fatta da qualcun altro musicista dopo la sua morte, l'Opera non avrebbe avuto quella caratteristica per cui la scrisse.

 

La Messa fu eseguita per la prima volta privatamente il 14 Marzo 1864 con Carlotta Marchisio e Barbara Marchisio, a Saint-Georges (Parigi) presso la Cappella di famiglia della Contessa Louise Pillet-Will, moglie del banchiere Pillet-Will e dedicataria della composizione. All'evento, che fu dato in forma privata, furono invitati anche alcuni critici musicali e musicisti, come Giacomo Meyerbeer, Daniel Auber e Ambroise Thomas. Rossini stesso seguì i preparativi per l'esecuzione. Il coro era formato da studenti del Conservatorio, scelti tra i migliori; al pianoforte suonarono Georges Mathias e Andrea Peruzzi, mentre Albert Lavignac, allora solo diciottenne, suonava l'armonium. Le parti dei soli furono cantate dalle sorelle Marchisio, Carlotta (Soprano) e Barbara (Contralto), Italo Gardoni (tenore) e Luigi Agnesi (basso). La messa ottenne grande successo e fu replicata altre volte.

L'opera si compone di quattordici pezzi ricchi di inventiva armonica e melodica e si inserisce fra le composizioni di spiccata originalità, fornite di un'alternanza tra musica da chiesa e musica profana: il Kyrie per soli, coro, pianoforti e armonium; il Gloria per Soprano solo e Coro, Pianoforti e Harmonium; il Gratias agimus, un terzetto per mezzosoprano, tenore e basso; il Domine Deus, pagina affidata al tenore e preceduta da una introduzione pianistica; il Qui tollis, duetto tra Soprano e Contralto introdotto anch'esso dal pianoforte; il Cum Sancto Spiritu per soli e coro che conclude la prima parte dell'opera.

Il Credo rappresenta l'inizio della seconda parte della messa ed è per coro. Segue subito dopo il Crucifixus introdotto dal pianoforte, in cui si innesta la voce del Soprano; l'Et resurrexit per soli e coro; il Preludio religioso per pianoforte solo, il brano strumentale più lungo dell'Opera; il Sanctus, un coro "a cappella"; l'O salutaris Ostia, penultimo brano per soprano solo e pianoforte; infine l'Agnus Dei che chiude la sequenza dei brani della messa, pieno di intensa melodia che presagisce una visione di pace duratura intonata dal contralto, a cui fa eco il coro a voci sole e quindi le voci corali che unitamente al contralto solista ed agli strumenti concludono il capolavoro rossiniano.

Il 24 Febbraio 1869 avviene la prima pubblica nel Théâtre-Italien di Parigi nella seconda versione con Marietta Alboni.

A metà Maggio avvenne la prima esecuzione in Inghilterra, con il baritono Charles Santley, il soprano drammatico Thérèse Tietjens, Pietro Mongini e il mezzosoprano Sofia Scalchi e nello stesso anno al Teatro Comunale di Bologna come Messa solenne diretta da Emanuele Muzio e nel 1878 al Teatro Regio di Parma.

Nel 1942 avviene la prima nella Basilica di Santa Croce di Firenze diretta da Vittorio Gui con Maria Caniglia, Ebe Stignani e Tancredi Pasero, nel 1965 a Bologna diretta da Leone Magiera, nel 1968 al Palazzo Ducale (Venezia) diretta da Ettore Gracis con Luisa Maragliano e Raffaele Arié, nel 1972 nella Reggia di Versailles con Mario Rossi (direttore d'orchestra) ed Aldo Ciccolini, nel 1979 a Parma diretta da Romano Gandolfi con Antonio Savastano.

08 marzo 2026

MUSICA – L. VAN BEETHOVEN – SINFONIA N. 9

Sinfonia n. 9 in re minore, Op. 125 "Corale"
per soli, coro e orchestra

#Schiller #Music #History #Beethoven #Sinfonia #Corale

Musica: Ludwig van Beethoven (1770 - 1827)
  1. Allegro ma non troppo, un poco maestoso
  2. Molto vivace
  3. Adagio molto e cantabile (si bemolle maggiore)
  4. Presto (fa maggiore) - Allegro assai (re maggiore) - Recitativo per baritono: O Freunde, nicht diese Töne (fa maggiore) - Coro: Freude, schöner Götterfunken (Allegro assai - re maggiore)

Organico: soprano, contralto, tenore, basso, coro misto, ottavino, 2 flauti, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, controfagotto, 4 corni, 2 trombe, 3 tromboni, timpani, triangolo, piatti, grancassa, archi
Composizione: 1822 - 1824
Prima esecuzione: Vienna, Theater an der Wien, 7 Maggio 1824
Edizione: Schott, Magonza 1826
Dedica: Federico Guglielmo III, Re della Prussia

Monumento della musica di ogni tempo, la Nona Sinfonia prese forma molto lentamente nell'arco della vita di Beethoven. Si può infatti risalire al periodo in cui il compositore, non ancora ventenne, frequentava l'elite intellettuale di Bonn ed entrò in rapporti di amicizia con la ricca famiglia von Breuning, presso la quale conobbe il grecista e poeta Eulogius Schneider, entusiasta sostenitore degli ideali della Rivoluzione Francese e Ludwig Bartholomeus Fischenich, docente di diritto all'Università di Bonn e amico di Friedrich Schiller
È molto probabile che proprio in questa Università, dove Beethoven frequentava i corsi di filosofìa, Fischenich abbia fatto conoscere al giovane musicista l'opera di Schiller, e quell'Ode An die Freude (scritta nel 1785 e pubblicata nel 1786) che era diventata un simbolo degli ideali dei giovani tedeschi. Già allora Beethoven aveva immaginato di mettere in musica questa poesia, secondo quanto sostiene Fischenich in una lettera del 1793 indirizzata alla moglie di Schiller. Ma il progetto non andò in porto, forse a causa dell'improvvisa partenza di Beethoven per Vienna e della censura che aveva colpito le opere del poeta, messe all'indice nella città austriaca come scritti «immorali» e «pericolosi» (solo a partire dal 1808 i suoi drammi furono nuovamente rappresentati sulle scene e le sue opere poterono circolare liberamente). Progetto che però rimase sempre nella mente del compositore, anche prima di essere realizzato, nel 1824, nel celebre Finale della Nona. 
Nel 1790 Beethoven aveva utilizzato un frammento dell'Ode schilleriana nel testo della Kantate auf die Erhebung Leopold II zar Kaiserwürde, e non è da escludere che in quegli anni giovanili possa aver composto anche un Lied, andato perduto. Gli unici altri testi di Schiller che egli mise in musica furono una strofa della ballata Das Mädchen aus der Fremde, nel 1810, e il Cesang der Mönche (dal Wilhelm Tell), per coro a cappella, del 1817.
Molti elementi musicali della Sinfonia in re minore si possono individuare in lavori precedenti, oltre a comparire in forma di appunti e schizzi nei taccuini di Beethoven sin dal 1794. Allo stesso anno risale la composizione del "Lied" Seufzer eines Ungeliebten und Cegenliebe, su versi di Gottfried August Bürger (1747-1794), la cui melodia prefigura per la prima volta il celebre tema dell'Ode alla Gioia della Nona. A questo tema Massimo Mila, nella sua Lettura della Nona Sinfonia, riconduce anche un breve frammento melodico appuntato in un quaderno del 1804. Già nei primi anni del secolo Beethoven immaginava di comporre un grande affresco sinfonico e corale, e aveva anche pensato di concludere la Sinfonia Pastorale con un coro religioso. 
Nel 1808 compose la Fantasia in do minore per pianoforte, coro e orchestra, che si può considerare quasi uno studio preparatorio della Nona, sia per la concezione sperimentale della forma, sia per il contenuto poetico, legato ai versi di Christoph Kuffner che inneggiano alla pace, alla gioia, all'armonia universale. Altri spunti che anticipano materiali motivici e soluzioni formali della Nona si possono cogliere nel Lied Kleine Blümen, kleine Blätter, su testo di Goethe, del 1810; in un frammento melodico schizzato nel 1812 sul verso «Freude, schöner Götterfunken», inizialmente pensato per un'Ouverture corale, e successivamente utilizzato nell'Ouverture Zur Namensfeier del 1815; in un tema di fuga annotato in un quaderno dello stesso anno, che appare come una chiara anticipazione del tema del secondo movimento della Sinfonia. I primi abbozzi veri e propri della Sinfonia corale risalgono però al 1817, nello stesso periodo della composizione della Sonata Hammerklavier. Questo lavoro preparatorio proseguì fino ai primi mesi del 1819, quando Beethoven abbandonò la Nona per dedicarsi ad altre composizioni, anche a causa delle esigenze economiche che lo costringevano a trovare fonti di guadagno; in quegli anni videro la luce capolavori come la Missa Solemnis, le Sonate per pianoforte Op. 109, 110, 111, le 33 Variazioni su un Walzer di Diabelli.
Solo nell'estate del 1822 Beethoven ritornò finalmente al progetto momentaneamente abbandonato, anche se in realtà allora aveva in mente due differenti lavori sinfonici, come aveva confidato a Friedrich Rochlitz, primo direttore dell'Allgemeine Musikalische Zeitung di Lipsia: si trattava di una composizione in re minore commissionatagli dalla Società Filarmonica di Londra, e di una «Sinfonia tedesca» con intervento corale su un testo che non aveva ancora scelto. Nel 1823 i due progetti confluirono in un unico grande affresco, che rielaborava in modo organico tutti gli appunti messi insieme fino allora e che, proprio per questo, apparve come l'esito di una lunga maturazione (lo dimostra anche l'esiguo numero di ritocchi nel manoscritto della Sinfonia). Nella primavera di quell'anno Beethoven compose il primo e il secondo movimento, in ottobre portò a termine l'Adagio, e nel Febbraio del 1824, con l'inserimento dell'Ode schilleriana affidata a voci soliste e coro, la partitura fu completata. Cominciarono allora i preparativi e le trattative per la prima esecuzione, che ebbe luogo a Vienna il 7 Maggio 1824, al Kärntnertortheater. Un concerto rimasto memorabile, nel quale la nuova Sinfonia fu diretta, insieme a tre brani della Missa Solemnis, dallo stesso autore, benché, date le sue condizioni di salute, la concertazione fosse stata curata da Michael Umlauff, maestro stabile del teatro. I quattro solisti erano le giovanissime Henriette Sontag e Caroline Unger, rispettivamente soprano e mezzosoprano, il tenore Anton Haitzinger e il basso August Seipelt. L'esecuzione non fu di altissimo livello, a causa del poco tempo destinato alle prove, ma il pubblico, numerosissimo, accolse la nuova Sinfonia con grande entusiasmo, tributando a Beethoven non gli applausi, che non poteva sentire, ma un festoso sventolare di fazzoletti. Fu quindi un trionfo, dal quale tuttavia Beethoven non riuscì a ricavare i guadagni che sperava, e anche una ripetizione del concerto, il 29 Maggio non ebbe migliore successo finanziario. La partitura fu pubblicata da Schott nel 1826 con la dedica «a sua Maestà, il Re di Prussia Federico Guglielmo III», e la copia manoscritta fu poi conservata alla Biblioteca Reale di Berlino.
La Nona Sinfonia apparve subito come un capolavoro rivoluzionario, non solo per la presenza delle voci e del coro, ma perché metteva in crisi il concetto stesso di "Sinfonia". Oltre che una sintesi di tutto ciò che era stato fino ad allora sperimentato e acquisito nel genere sinfonico, dalla forma-sonata al Lied, dalle Variazioni allo stile fugato, la Nona è anche una grandiosa architettura sonora nella quale Beethoven fa convivere altri generi musicali: lo stile operistico, la musica militare, gli esotismi «alla turca», la scrittura polifonica tipica della musica sacra. Elementi eterogenei che compongono un organismo unitario, ricco di invenzioni timbriche e di finezze ritmiche e metriche (come le soluzioni poliritmiche del primo movimento o i raggruppamenti alternativamente a tre e a quattro battute dello Scherzo), e caratterizzato da continui impulsi dinamici che imprimono un'energia inesauribile al concatenamento delle figure musicali. Nonostante la grandiosità della concezione (secondo Igor Markevitch la Nona rappresenta «il massimo sforzo di sintesi e rinnovamento che mai sia stato compiuto nella storia della Sinfonia»), che determinò la successiva evoluzione del sinfonismo romantico fino a Mahler, in questa Sinfonia Beethoven ritorna allo stile eroico della Terza, composta tra il 1803 e il 1804, e sperimenta le sue audaci innovazioni rimanendo all'interno di un modello classico, come aveva già fatto nella Hammerklavier, portando la forma sinfonica ereditata dalla tradizione tedesca ai limiti estremi in senso dinamico ed espressivo. La solidissima unità strutturale dell'insieme deriva dal sapiente trattamento dei percorsi tonali, ma anche dal ricorso a matrici comuni per la sagomatura dei diversi temi: «tutti i temi tipici della Sinfonia - osserva Vincent D'Indy - presentano l'arpeggio degli accordi di re o di si bemolle, le due tonalità di base dell'opera; si potrebbe, di conseguenza, considerare questo arpeggio il vero tema ciclico della Nona Sinfonia». La convenzionalità del linguaggio armonico e della superficie formale, con una forma-sonata nel primo movimento, uno Scherzo nel secondo (con fugato e doppia ripetizione) e due serie di variazioni nell'Adagio e nel Finale, non impedisce a Beethoven di superare i modelli preesistenti e di individuare un percorso formale nuovo e di immediato impatto all'ascolto.
Una delle novità più rilevanti di questa Sinfonia, che non si limita a concludere un grande ciclo ma appare come la sublimazione dell'arte beethoveniana, è il superamento dello schema sonatistico dei due temi contrapposti a favore di un'elaborazione più complessa che non solo mette in gioco materiali diversi ma moltiplica i livelli di contrapposizione.
Ne è un esempio il primo movimento, Allegro ma non troppo, nel quale secondo Mila si potrebbero contare fino a cinque temi differenti, «perché in realtà non si tratta di semplici temi [...] a rigore si deve parlare di tre "gruppi tematici", cioè di tre complessi di idee strettamente embricate l'una all'altra». In questo movimento la tradizionale forma-sonata si trasforma quindi in un organismo musicale nel quale i temi si presentano a gruppi, formando un serbatoio di elementi per l'elaborazione, ed esposizione e sviluppo si trovano strettamente congiunti, producendo un continuo fermentare di motivi e di sequenze ritmico-armoniche. Anche la ripresa presenta al suo interno una sorta di sviluppo che suscita nuove tensioni, contribuendo a fare di questo movimento non un'arcata in sé conchiusa, ma un segmento di una grandiosa arcata che abbraccia l'intera Sinfonia.
Il secondo movimento non è, come voleva la tradizione, un tempo lento, ma uno Scherzo, Molto vivace, che si contrappone quindi al movimento precedente non sul piano agogico ma su quello espressivo: dopo un Allegro dal tono cupo e drammatico, questa pagina appare come un turbinio danzante e gioioso, nel quale fanno il loro ingresso anche i tromboni, assenti nel primo movimento. Dopo le otto battute iniziali, in cui è esposta una brevissima cellula ritmica, prima dagli archi, poi dai timpani, quindi da tutta l'orchestra, il tema principale emerge in forma di fugato, in pianissimo, innescando un meccanismo di progressiva stratificazione timbrica. Anche in questo movimento, molto più esteso di un tradizionale Scherzo, è presente una sezione di sviluppo, e la funzione del Trio è affidata ad un Presto in 4/4, introdotto da un disegno staccato del fagotto sul quale oboi e clarinetti espongono un calmo motivo di otto battute che anticipa il tema della Gioia.
Dopo due tempi movimentati, l'Adagio molto e cantabile, in si bemolle maggiore, si presenta come una vera e propria oasi lirica, che introduce l'elemento della cantabilità attraverso due temi intensamente espressivi, i quali imprimono al movimento un sentimento di dolore e di contemplazione che ricorda la Missa Solemnis. Una cantabilità ancora senza voce, anche se il compositore aveva forse inizialmente progettato, stando a quanto sostiene George Grove, di fare entrare il coro già in questo movimento, in coincidenza con la enunciazione del secondo tema. Dal punto di vista formale, alla struttura del Lied Beethoven sovrappone quella della variazione, individuando un modello che adotterà anche nei tempi lenti degli ultimi Quartetti per archi. La raffinatissima trama strumentale è illuminata da un'orchestrazione sempre cangiante, che si basa sul continuo scambio tra legni e archi, e che concorre a creare un'atmosfera estatica, appena increspata da un'improvvisa fanfara delle trombe nella parte conclusiva.
Ma è nell'ultimo movimento, Presto, che l'impulso al canto trova il suo sfogo e si materializza nell'inserimento delle voci soliste e del coro, infrangendo le barriere del genere sinfonico. Culmine dell'intera Sinfonia, questo Finale si snoda attraverso sezioni molto marcate e nettamente contrastanti: all'inizio compaiono brevi reminiscenze orchestrali dei movimenti precedenti, con temi che vengono accennati e immediatamente abbandonati; poi, lentamente, prende forma il tema della Gioia, che inizialmente si presenta appena abbozzato (in quattro battute) da oboi, clarinetti e fagotti, su un pedale dei corni, per poi espandersi in tutta l'orchestra e nelle voci. Negli abbozzi per il recitativo del basso (sulle parole «O Freunde, nicht diese Töne!») che precede l'esposizione cantata del tema della Gioia, Beethoven esplicita il significato simbolico e musicale del rifiuto dei movimenti precedenti, quasi una catarsi rispetto ai ricordi di lotte e tragedie, e scrive: «No, questo caos ci ricorda la nostra disperazione. Oggi è un giorno di celebrazione, celebriamolo con canti e danze». 
Il resto del movimento si dipana quindi festosamente intrecciando al celebre tema corale, quattro distinti episodi: il primo costruito come un'elaborazione polifonica del tema stesso, il secondo che lo trasforma in passo di Marcia, sottolineato da un'orchestrazione turchesca (con grancassa, piatti e triangolo), il terzo che introduce un nuovo tema (Andante maestoso) sulla penultima strofa dell'Ode «Seid umschlungen Millionen», il quarto che combina contrappuntisticamente il tema della Gioia con quello del terzo episodio, dando vita ad una doppia fuga che porta alla trionfale conclusione.
L'Ode di Schiller trovò quindi finalmente posto nella Nona Sinfonia. Ma nel metterla in musica Beethoven ne fece un libero arrangiamento, utilizzando solo una parte delle strofe e omettendo alcuni versi: quelli dionisiaci che inneggiavano al vino, e quelli che parlavano troppo esplicitamente della libertà dalle catene dei tiranni e della magnanimità verso il malvagio, versi evidentemente non politically correct in un'epoca di Restaurazione. Secondo Mila l'intenzione segreta di Beethoven era quella di celebrare non la Freude (gioia), bensì la Freiheit (libertà), e questa ipotesi è supportata da un quaderno del 1812 nel quale è annotato un verso dell'Ode di Schiller che Beethoven intendeva mettere in musica: «Bettler werden Fürstenbrüder» (i mendicanti saranno fratelli di principi) che poi diventò il più evangelico e generico «Alle Menschen werden Brüder» (tutti gli uomini saranno fratelli). Rielaborando il testo di Schiller Beethoven ottiene una sorta di sceneggiatura drammatica che ci pone all'inizio davanti alla Gioia, incarnazione della madre nutrice («Freude trinken alle Wesen / An den Brüsten der Natur»), che abbraccia tutta l'umanità («Alle Menschen werden Brüder / Wo dein sanfter Flügel weilt») e prepara il loro ricongiungimento con il padre («Brüder, über'm Sternenzelt / Muss ein lieber Vater wohnen»). Il tripudio musicale dell'ultimo movimento (nel quale Maynard Salomon vede fuse insieme quattro componenti caratteristiche dell'ultimo stile beethoveniano: il canto, la danza, la variazione e la fuga) diventa così festosa enunciazione di un messaggio di libertà di fratellanza universale, che riprende da Schiller l'ideale di una nuova società. 
Per il poeta tedesco, convinto seguace di Kant, lo scopo dell'arte era quello di indirizzare l'umanità verso un nuovo ordine sociale, verso una nuova forma di armonia e di pace, che avrebbe permesso il libero sviluppo di tutte le potenzialità umane. Sposando questo modello utopico Beethoven, nella Nona, dà quindi una soluzione di stampo illuministico e ideologico allo scetticismo e ai laceranti conflitti che caratterizzavano tante opere precedenti, attraverso immagini idealizzate, proiettate nel futuro. La complessa struttura musicale della Sinfonia, data anche dalle sottili correlazioni tematiche tra i primi tre movimenti e il Finale, si può allora leggere come un vero percorso drammaturgico, una visione cosmica che va dalle tenebre alla luce. E che rivela una sostanza etica, oltre che estetica.

23 febbraio 2026

MUSICA - STORIA - ORGANI STORICI A SAN PETRONIO - BOLOGNA




Organi Storici – San Petronio, Bologna (I) 

#Bologna #Italy #Music #SacredMusic #History #Organ #Chorus #SanPetronio

Gli Organi italiani erano generalmente di ridotte dimensioni con una sola tastiera, una pedaliera ridotta con semplice funzione di sostegno armonico e un limitato numero di registri, rispetto agli organi delle Cattedrali europee.

Le sonorità fondamentali del Principale e del Ripieno erano affiancate da un limitato numero di Registri di colore appartenenti alla famiglia dei Flauti, più una delicata Voce Umana dal suono oscillante.

L’ideale sonoro era però nobilissimo e quasi di ispirazione vocale: dolcezza e trasparenza, arricchite da sonorità argentine e mai aggressive anche negli effetti di Pieno.
Toccate, Ricercari, Canzoni, Fantasie e Versi da alternare col Canto Gregoriano, erano le forme musicali che si sposavano perfettamente col mondo sonoro dei nostri Organi antichi.

Nell'800 l’Organo italiano si arricchì di colori più sgargianti ispirati dall'Orchestra e dallo stile teatrale allora in voga, ma senza rinunciare al suo tradizionale e classico nucleo centrale.

Oggi l’Italia ha il privilegio di possedere l’Organo più antico del mondo che si trova a Bologna nella celebre Basilica di San Petronio.

Esso fu costruito nel 1471-75 da Lorenzo da Prato e lievemente modificato da Giovanni Battista Facchetti nel 1531; si conserva ancora intatto e funzionante, dopo uno scrupoloso Restauro effettuato negli Anni ’70.

Di fronte ad esso, al lato opposto del Coro, si trova un altro Organo di analoghe dimensioni costruito da Baldassarre Malamini nel 1596.

L’aspetto esterno dei due antichi Strumenti non corrisponde a quello di origine, in quanto entrambi, nel 1675, vennero racchiusi entro due Casse in stile barocco.

Tuttavia il prospetto delle antiche Canne gotiche e rinascimentali rimase intatto e ancor oggi se ne può ammirare la raffinatezza degli ornamenti.
L’usanza tipicamente italiana (e spagnola) di avere due Organi contrapposti ai lati dell’Altare maggiore, consentiva Esecuzioni vocali e strumentali durante le quali sia gli Organi che i complessi corali potevano dialogare fra loro con un grandioso effetto spaziale.

Ciò naturalmente nelle Chiese più grandi e importanti.

10 gennaio 2026

MUSICA – J. BRAHMS – EIN DEUTSCHES REQUIEM

 


Ein deutsch'es Requiem (Requiem tedesco) per soli, Coro e Orchestra, Op. 45 


#Music #History #Brahms #Requiem #EinDeutschesRequiem

Musica: Johannes Brahms (1833-1897)
Testo: dalla Bibbia
  1. Selig sind die da Leid tragen - coro - Ziemlich langsam und mit Ausdruck [Abbastanza lento e con espressione] (fa maggiore)
  2. Denn alles Fleisch es ist wie Gras - coro - Langsam, marschmässig [Lento, tempo di marcia] (si bemolle minore)
  3. Herr, lehre doch mich - baritono e coro - Andante moderato (re minore). Fuga (re maggiore)
  4. Wie lieblich sind deine Wohungen - coro - Mässig bewegt [Andante moderato] (mi bemolle maggiore)
  5. Ihr habt nun Traurigkeit - soprano e coro - Langsam [Lento] (sol maggiore)
  6. Denn wir haben hie - baritono e coro - Andante (do minore). Fuga (la minore)
  7. Selig sind die Toten - coro - Feierlich [Solenne] (fa maggiore)
Organico: soprano, baritono, coro misto, ottavino, 2 flauti, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, controfagotto ad libitum, 4 corni, 2 trombe, 3 tromboni, bassotuba, timpani, 1 o 2 arpe, organo ad libitum, archi
Composizione: Baden-Baden, Agosto 1868
Prima esecuzione: Brema, Cattedrale di San Pietro, 10 Aprile 1868
Edizione: Rieter-Biedermann, Lipsia e Winterthur, 1868

La prima esecuzione del «Requiem tedesco» nella versione definitiva in sette parti ebbe luogo il 18 febbraio 1869 al Gewandhaus di Lipsia, sotto la direzione di Carl Reinecke: fu un grandissimo successo, al pari di quanto era avvenuto il 10 aprile (Venerdì Santo) dell'anno precedente nella cattedrale di Brema per la presentazione del lavoro (dirigeva Brahms stesso), in una stesura ancora priva del brano che, composto nell'estate successiva, sarebbe entrato della partitura come quinto numero (esito negativo era invece toccato ai primi tre pezzi, eseguiti a Vienna il 1° dicembre 1867, e sottoposti subito dopo a qualche rimaneggiamento). Questa affermazione era la prima che Brahms avesse conseguito con un lavoro di ampie proporzioni, vistosamente impegnativo sul piano della scrittura come su quello degli intenti espressivi e formali; importantissima anche per la sua storia personale di compositore, in quanto capace di bilanciare l'insuccesso clamoroso che in quello stesso Gewandhaus aveva incontrato, una decina d'anni prima, il «Concerto op. 15» per pianoforte e orchestra, la composizione che, di contro al «Requiem», limita l'arco formale e stilistico dell'opera di Brahms prima della piena maturità: simbolo, al di là del suo indubbio valore artistico, dello sfortunato primo approccio del musicista alla grande forma sinfonica.
Di fatto, nel catalogo brahmsiano il «Concerto op. 15» resta l'unico importante lavoro sinfonico negli anni anteriori al «Requiem»: sino al 1873, l'anno delle «Variazioni su tema di Haydn», alla grande orchestra il musicista non si sarebbe più accostato, almeno pubblicamente, se non per unirla al coro e alle voci soliste in opere come appunto il «Requiem tedesco» e, immediatamente seguenti, la cantata «Rinaldo», la «Rapsodia» per contralto e coro virile, lo «Schicksalslied», il «Triumphlied» (numerati rispettivamente come opera 50, 53, 54, 55). Questo non certo perché l'insuccesso di pubblico e di critica avesse in qualche modo intimidito Brahms; le cause erano del tutto interiori, e se il decennio in cui nacque e si concretò il «Requiem» vide altre rinunce da parte del compositore, ciò fu sintomo evidente di una scelta che era insieme presa di posizione polemica ed esigenza morale. Rinviando ad un futuro magari molto lontano il tentativo sinfonico, s'imponevano adesso quasi i voti di castità e povertà di un noviziato sofferto e cocciutamente paziente, per decenni: il cammino lunghissimo verso una meta da raggiungere, veramente, «buscando el levante por el poniente» (come dire arrivare alla sinfonia attraverso il quartetto, il quintetto ecc.), per poter finalmente esprimere una parola faticosa e faticata, forse però definitiva, e non più uguagliatile se non mutando radicalmente prospettive e linguaggi, mondo morale e tecniche; voltando pagina (e avvicinandosi a cambiar secolo, soprattutto).
Era l'ossessione del secolo, il problema della forma: la sonata, spinta da Beethoven a lacerazioni strutturali e orizzonti fantastici quanto meno sconcertanti, sembrava divenuta per i romantici un'eredità troppo costosa da mantenere, una castagna bollente con cui inevitabilmente scottarsi le dita. Specialmente quando l'approccio alla forma avvenisse nel genere nobilissimo, ma quanto mai problematico della sinfonia; dove all'ipoteca dei grandi precedenti storici il maggior ribollire del potenziale sonoro, nelle prospettive orchestrali ottocentesche, sovrapponeva il rischio di deviazioni estreriorizzanti, descrittive, coloristiche, nella quasi illimitata alchimia delle combinazioni timbriche. Proprio sul terreno della sinfonia Brahms poco più che ventenne doveva andar incontro allo scacco interiore che avrebbe determinato l'orientamento coerente dei due decenni successivi della sua vita: perché è dalle ceneri di una lungamente meditata, e penosamente abortita, sinfonia in re minore che nacque con faticose trasformazioni il «Concerto op. 15», una volta constatata l'incapacità, comunque l'impossibilità di realizzare l'intenzione originaria. Né gli altri due lavori orchestrali di quegli anni, le «Serenate» Op. 11 e 16, nonostante la freschezza dei risultati artistici, riuscirono a confermare Brahms nel suo tentativo sinfonico; che venne dunque rimandato a tempi migliori, preparandolo con determinata, coraggiosa lentezza attraverso la dura esercitazione sull'eredità dei classici (in tal senso lo aveva spronato il consiglio dello stesso Schumann), restringendosi con severità negli organici della musica da camera. Tace dunque in questi anni l'orchestra brahmsiana; non tace il pianoforte, che però, abbandonata per sempre la sonata dopo i quattro esperimenti degli anni '50, si limita ad esplorare con profetiche recidive il regno della variazione (sotto il cui segno si sublimerà, col finale della «Quarta», il cammino sinfonico brahmsiano).
Ma se Brahms inseguiva e perfezionava il dominio della forma sotto il segno della classicità nell'opera cameristica, anche sviluppava e sempre più caratterizzava il proprio linguaggio in quella vocale: dove gli era più agevole coltivare, proseguire, sfruttare e ampliare i due filoni lessicali che tanto diffusamente avrebbero informato, in tutte le fasi della sua attività e sotto le più diverse connotazioni poetiche ed estetiche, quasi ogni pagina sua, il corale e il «Lied». È in questa dimensione che si elabora l'humus melodico e armonico che troveremo alla base del «Requiem tedesco»: una scelta operata in fondo con naturalezza, così come con naturalezza Brahms aveva sposato la causa ideologica che macroscopici fraintendimenti dei suoi avversari, non meno che di certi suoi sostenitori (e fra questi il grande Hanslick), avrebbero poi tacciato o contribuito a far tacciare di «reazionaria», e che con quegli stessi orientamenti linguistici è certo per più rispetti legata.
Gli Anni '60, infatti, si aprono per Brahms con un gesto «pubblico», la firma apposta ad un manifesto contrario alla scuola «Neotedesca»; il cui corifeo è Liszt, il Liszt dei grandi poemi romantici, dove le ragioni dell'elaborazione formale si sottomettono all'urgenza della espressione, e più vistosamente alla tentazione descrittiva del «programma» letterario; ma anche il Liszt che scioglie, o stempera, l'emozione religiosa in ampie composizioni sacre e oratoriali, informandole di un misticismo cattolico oggi per noi suggestivo quanto mai, per un Brahms, allora, probabilmente sgradevole, fin indecente quanto la veste talare che l'ungherese andò a cercarsi poi, fra peccati e suggestioni controriformistiche, in una Roma che oltre ad essere la città dei Papi, si preparava pure a diventare il teatro delle prime gesta di D'Annunzio adolescente (e non è tanto paradossale, a pensarci bene, che Brahms abbia potuto apprezzare invece il «cattolicesimo» del tutto diverso della «Messa» di Verdi). E gli anni '60 sono, soprattutto, gli anni di «Tristano»: e i maestri romantici, quasi tutti, sono scomparsi dalla scena della vita, e fra di loro quello che per pochi, importantissimi anni, aveva vegliato sulla giovinezza di Brahms, Robert Schumann. L'invadenza di istanze teatrali, comunque contenutistiche, tutt'uno con l'estenuata tensione cromatica dell'armonia tristaniana, forse anche un sentimento religioso che inevitabilmente marciava in direzione della decadente sensualità del «Parsifal»: questo il nemico da battere, o comunque qualcosa da cui differenziarsi, per poter essere se stessi. «Non è possibile sottrarsi a questo influsso del presente che io sento nefasto e non tradire la musica che mi è necessaria, e che io voglio salvare dal tempo? Non la musica che mi impongono gli altri, ma quella cui aspira tutto il mio gusto, la mia coscienza, la mia profonda volontà?».
Identità individuale, per Brahms non meno che per qualunque uomo del Secolo XIX, era anche coscienza dell'identità della nazione, quella germanica nel caso specifico, che al profondo, naturale umanesimo di lui non pareva potersi separare, in musica come altrove, dalla continuità della tradizione. E tradizione, in tal senso, significava, magari scavalcando BeethovenBachHaendel, la polifonia a cappella di Heinrich Schùtz, la moralità severa di tre secoli di Riforma, nutrita di contrappunto e di corale; Brahms il «progressivo», come lo avrebbe salutato il padre della musica radicale del nostro secolo, mira adesso a «salvarsi dal tempo», saldamente ancorato alla sicurezza di un linguaggio consacrato dalla storia, per poter poi, senza crociate estetiche e ambizioni filosofiche, additare alla musica principi organizzativi non ancora esauriti, capaci di germinare in futuro proprio linguaggio di imprevedibile novità. Come dunque Brahms prepara il dominio superbo della forma seguendo la scia del classicismo viennese, cosi segue con autentico entusiasmo la Bach-Renaissance, la Händel-Renaissance, divorando via via che escono a stampa, i volumi delle edizioni complete dei due maestri, seguendo nell'avido e gioioso ritorno alle fonti la scia del grande pioniere di questa operazione, Felix Mendelssohn-Bartholdy (giusto lui, un quarto di secolo prima, aveva posto quello che parrebbe essere il più autorevole precedente del «Requiem tedesco», quella «Symphonie-Cantate nach Worten der heiligen Schrift» intitolata «Lobgesang» (Canto di lode).
Lo spirito del «Requiem», al pari dell'opera mendelssohniana, riconduce dichiaratamente alla civiltà protestante tedesca. Nel titolo, che non ha certo bisogno di commenti; nella scelta del testo, anche questo messo insieme «su parole della Sacra Scrittura», che oltre ad essere parola di Dio è anche pietra miliare, nella versione tedesca di Martin Lutero, dell'unificazione linguistica della nazione; nei significati religiosi che i frammenti biblici sembrano sottolineare, proponendo una meditazione sulla morte e la salvezza eterna certo non grettamente confessionalista, ma chiaramente radicata nella teologia protestante; nei connotati stilistici del tessuto musicale, al primo ascolto riconducibili con facilità agli interessi culturali e agli orientamenti artistici cui si accennava dianzi, con palese evidenza di certe valenze espressive nello stesso ricorso a questa o quella «forma» storica (la funzione dei fugati, per esempio, posti sempre come coronamento risolutivo, persin catartico, della tensione accumulata in determinate sezioni del «Requiem»). Quello che l'opera brahmsiana non pare se non in minima misura riprendere dai maestri ideali del passato è il drammatismo che, sia pur sublimato e assolutamente indenne da esteriorità teatrali, anima tante pagine degli oratori haendeliani come delle «Passioni» di Bach, e che puntualmente ricompare nello stesso Mendelssohn: la moralità, la filosofia della musica così coerentemente presidenti a tutto il cammino creativo di Brahms, nonché trattenerlo a distanza, più che rispettosa, sdegnosa dal teatro, non gli lasciarono toccare che di striscio lo spirito stesso dell'oratorio, pur tanto amato nei frequentatissimi capolavori del passato. Di fatto, il «Requiem tedesco» sembra essenzialmente postulare una dimensione «liturgica», ancorché spontaneamente laica: puramente ideale, del resto, che la tradizione riformata non concepisce musica «sacra» al di fuori del canto dell'assemblea, e restringe il concetto stesso di liturgia ad un evento non codificato, comunque di ruolo secondario.
Significato quasi di «Introito» sembra svolgere la prima sezione del «Requiem»: la strumentazione, da cui sono esclusi i violini, disegna con immediata efficacia il clima espressivo del brano; il discreto intervento dell'organo, previsto ad ogni buon conto «ad libitum», come semplice raddoppio dei bassi, anziché sostenere magniloquenze sonore, rifuggite in nome di una assorta semplicità, sottolinea il senso «liturgico» di questa sezione. Di essa occorrerà tener memoria quando, nel brano conclusivo della partitura, lo stesso materiale musicale rivestirà parole abbastanza simili a queste. La vocalità di questo primo numero scioglie l'andamento essenzialmente omoritmico, da corale, del primo versetto, in un discorso più fluido, alle parole «Die mit Tränen...» (Quelli che seminano con lacrime mieteranno con canti), mentre al ripieno orchestrale, sostenuto principalmente dagli archi (contrabbassi, violoncelli «a tre», viole); il gioco delle imitazioni contrappuntistiche si articola fino a sfociare nella ripresa delle parole iniziali «Selig sind...» (Beati coloro che soffrono).
La seconda sezione, forse la più popolare del «Requiem», utilizza non casualmente un relitto della mancata sinfonia giovanile, lo Scherzo che, espunto dalla rielaborazione in forma di concerto solistico, compare all'inizio di questo brano; il suo carattere funebre, quasi di marcia nonostante la scansione ternaria, nasce anche dalla trasposizione al modo minore, senza eccessive modifiche, dello stesso spunto melodico che aveva introdotto, affidato a successivi interventi degli archi, il primo numero della partitura: un frammento, secondo quanto rivelò lo stesso Brahms, del celebre corale «Wer nur den lieben Gott», che il coro sovrappone alla ripetizione dell'idea tematica già proposta dalla sola orchestra (gonfia di ottoni, compresa la tuba, mossa dalle terzine «beethoveniane» dei timpani, arricchita da un'arpa in funzione tutt'altro che decorativa). Portata ad un crescendo di estrema incisiva eloquenza, la prima parte dello «scherzo» lascia il campo ad una sezione contrastante, che al cupo incedere della prima, modellandosi su parole più liete, oppone una fluida discorsività quasi liederistica, dove il modo maggiore guadagna in leggerezza dalla trasparenza della strumentazione. Una brusca impennata, come un breve recitativo corale, apre la via ad un monumentale fugato: «Aber des Herrn Wort... - Die Erlöseten...» (Ma la parola di Dio dimora in eterno. E coloro che soffrono saranno riscattati). Nel robusto discorso contrappuntistico si insinuano, imprevedibili, «ristagni» ritmici e armonici tipicamente brahmsiani, sino al rallentando conclusivo sulle parole «Ewige Freude» (Gioia eterna).
Un episodio responsoriale, affidato al baritono solista di contro al coro, apre la terza parte: il tema è la caducità della vita dell'uomo. Alla compassata espressività dell'invocazione del solista, oppone un elemento di più bruciante drammaticità la ripresa da parte dell'orchestra di una cellula secondaria di quella, una semplice fioritura, trasformata quasi in un lancinante «memento mori». Un interrogativo, ancora del solista («Ma ora, o Signore, come posso consolarmi?»), trova immancabilmente risposta in un altro ampio fugato corale («La mia speranza è in te»). Il quarto coro, che Brahms stesso aveva, al tempo della composizione dell'opera, voluto sottrarre, almeno per il momento, al giudizio dell'amico Joachim, giudicandolo «la parte più debole», è in realtà un delicatissimo intermezzo, essenziale nella sua tersa semplicità a ristabilire l'equilibrio dopo le ambiziose strutture delle sezioni precedenti, pur non rinunciando, ancora una volta, al coronamento contrappuntistico. Con esso si lega il carattere del brano successivo, l'ultimo composto da Brahms, un «Lied» del soprano solista, dove l'espressività affettuosa della semplice linea melodica, unita alla lievissima tinta della strumentazione, non esclude improvvisi ripiegamenti, in cui il cambiamento di modo dal maggiore al minore può ricordare addirittura certa scrittura liederistica del Mahler prima maniera.
Il «Requiem tedesco» si avvia alla conclusione col sesto brano, il più ambizioso e magniloquente, strutturato in tre sezioni. Nella prima, un recitativo di sapore fra l'ecclesiastico e il bachiano del baritono prepara, assieme agli incalzanti interventi del coro, le fiammeggianti prospettive sonore di quello che può essere giudicato come il «Dies irae» di quest'opera, destinato a placarsi in un lungo fugato scopertamente memore della lezione bachiana. La chiusa giunge, pacificante, col settimo coro, che riprendendo l'atmosfera del primo brano suggella coi pizzicati degli archi e le pennellate «elisie» dell'arpa e dei legni la raggiunta fede nella beatitudine della morte.

LIBRI - I 12 FINALISTI DEL PREMIO STREGA

 Maria Attanasio, La rosa inversa Ermanno Cavazzoni, Storia di un'amicizia Teresa Ciabatti, Donnaregina Mauro Covacich, Lina e il sasso ...