Padre Sergij è un Racconto di Lev Tolstòj scritto nel biennio 1889-1891, revisionato nel 1898 e pubblicato postumo nel 1911.
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Trama
Destinato in giovane età per tradizione familiare alla carriera militare, Stepàn Kasatskij dimostra fin da fanciullo di possedere straordinarie capacità intellettive e fisiche e grande amor proprio. Nell'accademia militare primeggia negli studi e, se si eccettua una certa irascibilità, dimostra una notevole inclinazione al comando. Ambizioso e stimato da Nicola I (Zar dal 1825 al 1855), Stepàn appare destinato a grandi cose.
Stepàn si fidanza con una bellissima aristocratica molto stimata a corte; un mese prima delle nozze la giovane gli confessa di aver avuto in passato una relazione con lo zar. Ferito nell'orgoglio, Stepàn rompe il fidanzamento, si congeda dall'esercito, cede parte del suo patrimonio alla sorella ed entra in un monastero con l'intenzione di diventare monaco. La scelta viene comunemente attribuita alla fede religiosa di Stepàn. Solo la sorella, anche lei orgogliosa e piena d'amor proprio, la attribuisce al desiderio del fratello «di porsi più in alto di coloro che avevano voluto dimostrargli di essere più in alto di lui».
Anche in monastero Stepàn aspira a raggiungere il massimo della perfezione, sia interiore che esteriore; sotto la guida di uno starets allievo di Ambrogio, Stepàn cerca di evitare qualsiasi tentazione mondana mediante le obbedienze (in russo: Послушание, poslušanija), ossia quei lavori manuali o quelle incombenze faticose che, nel cristianesimo ortodosso, il monaco svolge come esercizio di umiltà. Ricevuta la tonsura di ieromonaco (monaco e sacerdote), Stepàn assume il nome di Sergij. Più tardi, per combattere meglio le tentazioni, Padre Sergij richiede la reclusione, vivendo per molti anni in totale isolamento, in preghiera e contemplazione.
Nonostante siano passati molti anni dal suo clamoroso ritiro, Stepàn Kasatskij / Padre Sergij, ormai quarantanovenne, è ancora ricordato dalla società mondana russa. Durante il sesto anno della reclusione di Padre Sergij, nei giorni di carnevale, un'allegra compagnia di ricchi gaudenti di ambo i sessi decide di fargli visita.
Uno di loro, una donna divorziata di nome Màkovkina, riesce a introdursi di notte nella sua cella con l'intenzione di sedurlo. Padre Sergij, il quale è talora tentato dalla mancanza di fede e dal desiderio sessuale, teme di poter cedere; per impedirlo, si amputa un dito con un'ascia. La Màkovkina resta sconvolta da questo gesto; il mattino seguente, al momento di andar via, la Màkovkina promette a Padre Sergij di cambiare la sua vita, e l'anno dopo entra addirittura anch'essa in un monastero femminile.
La vicenda con la Màkovkina, divenuta ovunque nota, ha diffuso la fama di santità di «Starets Sergij», come viene chiamato adesso. Un numero crescente di pellegrini si reca al monastero di Starets Sergij, un fenomeno divenuto vistoso da quando si è diffusa anche la fama di poteri taumaturgici del monaco. L'afflusso dei visitatori è favorito dall'archimandrita e dall'igumeno, ma è subita con insofferenza da Padre Sergij al quale i visitatori sottraggono tempo per la preghiera e la contemplazione, e i benefici che ne derivano.
Padre Sergij è consapevole di essere ormai un mezzo per attirare visitatori e offerte al monastero; sente che mentre prima agiva per Dio, adesso agisce per gli uomini. Nei primi tempi aveva pensato di fuggire dal monastero travestito da mužik, ossia da contadino povero, e vivere di elemosina in giro per la Russia; si era procurato un abito da mužik, ma si era poi rassegnato alla nuova condizione. Senza la preghiera teme di non essere più in grado di lottare contro la mancanza di fede, il desiderio sessuale e la vanità. Infine un giorno soccombe al desiderio sessuale e giace con la giovane figlia disabile di un mercante il cui padre si era recato da Padre Sergij perché la guarisse. Resosi conto di ciò che ha fatto, Padre Sergij decide finalmente di abbandonare il monastero, travestito da mužik. Dopo aver meditato il suicidio, decide di andare alla ricerca di sua cugina Praskov'ja Michàjlovna, chiamata familiarmente Pàšen'ka, una persona mite che in giovane età egli, assieme a un branco di altri ragazzi, si divertiva a tormentare.
Praskov'ja Michàjlovna ha avuto una vita difficile: sposata con un uomo che, dopo aver sperperato tutto il patrimonio di lei, la picchiava, aveva avuto un figlio morto in giovane età e una figlia che, sposata a un impiegato ammalato e disoccupato, era madre di cinque figli. Praskov'ja, ormai vedova e anziana, è l'unico sostegno della famiglia della figlia, al cui mantenimento economico provvede dando lezioni di musica e cercando, per quanto possibile, di dare anche serenità. Stepàn/Sergij comprende che la vita di Praskov'ja è quella che avrebbe dovuto essere la propria: Praskov'ja vive per Dio immaginandosi di vivere per gli uomini, mentre lui ha vissuto per gli uomini con il pretesto di vivere per Dio. Stepàn, dopo aver chiesto a Praskov'ja di rimettergli i peccati e benedirlo, va via iniziando una vita da accattone. Dopo otto mesi di vagabondaggio viene arrestato per mancanza di documenti e condannato all'esilio in Siberia. Da allora vive in Siberia come servo di un agricoltore ricco, lavora nell'orto del padrone, insegna ai bambini e accudisce i malati.
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