Il ritorno di Don Camillo è un film del 1953 diretto da Julien Duvivier.
Si tratta del secondo episodio della saga di Don Camillo e Peppone, tratto dai racconti di Giovannino Guareschi.
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Con Fernandel, Gino Cervi.
Trama
Inverno 1946-1947. Don Camillo è stato sollevato dall'incarico di parroco del suo paese per punizione e parte quindi per la parrocchia di Montenara, sperduta tra i monti, in sostituzione del defunto Parroco Don Luciano. Qui, in un ambiente freddo, svolge il suo ministero presso la chiesa, frequentata dalla sola perpetua. Nel frattempo, nel paese di don Camillo, Peppone si ritrova ad affrontare molti problemi e non ha neanche l'aiuto del nuovo parroco: la cittadinanza non ha preso per niente bene l'allontanamento del reverendo a causa di Peppone e si rifiuta categoricamente di sposarsi, battezzare bambini o addirittura organizzare funerali portando un serio danno alle casse comunali. Solo il ritorno di Don Camillo porrà fine alle dispute che coinvolgono anche un proprietario terriero, Cagnola, che non vuole cedere una parte delle sue terre per costruire lungo il Po un argine che dovrebbe prevenire le alluvioni. In un alterco che si crea poco dopo, Cagnola ferisce il compagno detto "il Nero", credendo di averlo addirittura ucciso. Quest’ultimo viene ferito a sua volta da Peppone, anch'egli convinto di averlo ammazzato. Per avere un alibi, entrambi si rivolgono a Don Camillo nel suo esilio a Montenara.
Don Camillo riesce a calmare la situazione, strappando la promessa a Cagnola che egli avrebbe ceduto le terre necessarie per costruire l'argine. Per questo fatto Peppone si rivolge al vescovo per fare tornare Don Camillo a Brescello. Quest'ultimo viene accontentato, con l'ammonimento però da parte del prelato che poi non venga più a lamentarsi se riceverà ancora tavolate in testa. Al ritorno al paese, Don Camillo dovrà porre fine a una rissa alla casa del popolo scoppiata al termine di un incontro di pugilato, organizzato appositamente in contemporanea con l'arrivo del parroco alla stazione per evitargli un bagno di folla che sarebbe stato "il trionfo della reazione". Accade poi che Cagnola si rimangia la promessa delle terre, ritenendo l'argine inutile per prevenire alluvioni, che puntualmente si verificheranno subito, e di tale entità che anche l'argine eventualmente costruito non sarebbe servito a niente.
Anche il "Nero" se la cava, ma il vecchio medico del paese, il Dottor Spiletti, conservatore ma amato dal popolo per la sua professionalità sempre dimostrata verso tutti e senza distinzione politica, dato per morente varie volte, ma sempre "resuscitato" puntualmente, gli propone di vendergli l'anima ("Se non credi all'anima vendimela. Se non ce l'hai davvero, vorrà dire che ci ho rimesso i soldi, ma se ce l'hai diventa mia"). Il Nero, pur pensando che non sia giusto vendere qualcosa che non ha, si lascia convincere. Ciò gli procurerà un serio problema psicologico che lo turberà per parecchio tempo, finché non interverrà Don Camillo stracciando il contratto regolarmente stipulato per la vendita dell'anima e bruciando le banconote ricevute dal Nero (che voleva restituirle al dottore) come sacrileghe.
Don Camillo ha poi a che fare con Marchetti, un ex gerarca fascista del posto, tornato al paese a Carnevale travestito da indiano. Marchetti viene riconosciuto da Peppone che ben ricorda l'olio di ricino fattogli bere durante il ventennio. L'ex gerarca si rifugia in canonica, ma anche Don Camillo aveva lo stesso tipo di conto in sospeso. Peppone viene infine costretto a bere l'olio di ricino che lui stesso ha comprato per vendicarsi dell'ex camicia nera, sotto la minaccia di un fucile che l'ex fascista ha strappato a don Camillo. Liberato Peppone, Don Camillo rivela che il fucile era scarico, ha la meglio su Marchetti e lo costringe a bere a sua volta. Dopo che anche Marchetti se ne è andato, il Cristo impone a Don Camillo di bere anche lui l'olio di ricino come penitenza per la violenza usata.
Negli stessi giorni Don Camillo incontra il figlio di Peppone, svogliato a scuola e per questo messo in un collegio dal quale scappa sovente. Il parroco, su invito dello stesso Peppone, riesce a parlargli e alla fine convince il padre a riportarlo a scuola al paese, vista la sua scarsa attitudine allo studio. Proprio a scuola, in una lite con il figlio di Cagnola, il ragazzo viene ferito gravemente, ma riesce a guarire, come invocato dalle preghiere del parroco. Il parroco e il sindaco nel frattempo sono impegnati in una "sfida" tra gli orologi del campanile e della casa del popolo: per evitare che uno dei due sia in ritardo rispetto all'altro, i due spostano continuamente in avanti le lancette dei rispettivi orologi, con il risultato che non si sa più che ora sia in paese.
A causa delle forti e prolungate piogge la tanto temuta alluvione arriva, ed è tremenda. Don Camillo resta sulla torre campanaria, che svetta sul paese completamente allagato, e da là manda un messaggio di conforto e di speranza alla popolazione sfollata.
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