Klara Milič è un lavoro letterario dello Scrittore russo Ivan Sergeevič Turgenev, scritto tra Agosto e Ottobre 1882 a Bougival.
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Trama
Il venticinquenne Jakov Andreevič Aratov, orfano, vive a Mosca con la zia paterna Platonida Ivanovna, detta affettuosamente Platoša, che si dedica solo a lui e invoca continuamente il soccorso del Signore perché protegga il nipote. È un giovane dai tratti delicati, debole di salute, molto nervoso, sensibile, apprensivo, che conduce una vita appartata, allietata dai libri, un ex studente per mancanza di fiducia nell'istruzione universitaria e d'ambizione, che crede nella scienza e nei misteri insolubili dell’anima umana, nonché nell'esistenza di forze ed energie occulte, in ciò influenzato dal padre. Vergine d'animo, lo è anche di corpo, perché l'«innato pudore» ne ha frenato gli slanci emotivi.
Un giorno il suo unico amico, l'esuberante Kupfer, lo persuade a intervenire a una serata organizzata da una stravagante principessa georgiana, protettrice di artisti e grande conoscitrice di musica. Aratov, seppur riluttante, accetta l'invito, ma a metà serata torna a casa afflitto da una sensazione di malessere che non sa spiegare. Qualche tempo dopo Kupfer prega l'amico di assistere a una «matinée letterario-musicale» allestita da lui e dalla principessa. Una delle partecipanti è una ragazza dai molteplici talenti di nome Klara. A sentire questo nome Aratov ha un sussulto, avendo appena letto il romanzo di Walter Scott Le fonti di Saint-Roman, nel quale due fratellastri si contendono l'amore di Clara Mowbray, una fanciulla che finisce con l'impazzire per le forti emozioni vissute, e perché conosce una poesia di Krasov (1810-1854) dedicata a questo personaggio, la cui chiusa, che rimarca l'infelice destino della donna, lo ha particolarmente colpito.
Quando Klara compare sul palcoscenico Aratov ricorda di averla già vista alla serata dalla principessa e realizza che era stata lei a lasciargli quel senso inspiegabile di turbamento.
La ragazza, l'espressione del cui «viso olivastro dai tratti vagamente ebraici o zingareschi, gli occhi... neri, sotto folte sopracciglia, il naso dritto un po' all'insù, le labbra sottili con una curva bella ma marcata, una enorme treccia nera, di cui si indovinava la pesantezza, la fronte bassa, immobile, quasi pietrificata», denota una natura impetuosa, decisa, non gli piace. Lei, invece, che lo individua tra il pubblico, comincia a fissarlo e per tutta la sua esibizione guarderà «attraverso le palpebre socchiuse» solo lui. Canta una romanza di Glinka e una di Čajkovskij, mostrando particolarmente in quest'ultima, dal titolo No, solo chi ha conosciuto il desiderio di un incontro, una grande emozione allorché intona gli ultimi due versi: «Comprenderà quanto ho sofferto e quanto io soffro». Dopo essersi esibita come cantante, Klara offre un saggio di recitazione, declamando la celebre lettera di Tat'jana a Onegin.
Alle parole: «Un altro!... No, a nessun altro al mondo darei il mio cuore! Tutta la mia vita è stata un pegno del fedele incontro con te», si anima e guarda con arditezza Aratov. Poi rovina gli ultimi versi, ma il pubblico non se ne cura e chiede il bis; Jakov, invece, fugge via turbato da quegli occhi sfrontati sempre posati su di lui.
La modestia non fa neppure immaginare a Jakov di aver suscitato un sentimento d'amore in Klara, e comunque lei non somiglia alla donna dei suoi sogni. Il giorno successivo riceve un biglietto anonimo nel quale una sconosciuta gli chiede un rendez-vous per l'indomani nel centrale boulevard Tverskoj. Aratov indovina subito che l'invito viene da Klara e ne è parecchio indispettito: soprattutto non gradisce la sfacciataggine di un modo di fare tanto scoperto e teme il ridicolo insito nell'incontro tra due estranei. Deciso a non recarsi all'appuntamento, tuttavia si presenta sul luogo convenuto perfino in anticipo.
Giunge Klara. Con tanta timidezza lo ringrazia di essere venuto. Aratov inizia a dire di essersi presentato solo perché invitato e per «dissipare» l'eventuale malinteso che può averla indotta a fare questo passo. Dalle mezze parole di Klara si intuisce che lei aveva visto in lui fin dalla serata dalla principessa, qualcosa che l'aveva fatta innamorare e sperare che il sentimento potesse essere reciproco. Aratov si mette sulla difensiva e Klara lo rimprovera di non aver capito quanto le sia costato scrivergli, di temere solo per la sua dignità e di essersi fatto di lei un'opinione sbagliata. Il silenzio di Aratov, disorientato e inesperto nelle faccende di cuore, esaspera la focosa Klara che scoppia in una fragorosa risata nervosa e si allontana.
Trascorso un po' di tempo, capita tra le mani di Aratov un vecchio numero di un giornale moscovita dal quale scopre che Klara si è suicidata a Kazan', ingerendo del veleno proprio in teatro, e che il movente del gesto è da ricercare in un amore infelice.
Sconvolto, Jakov si reca da Kupfer. Viene a sapere che Klara, il cui vero nome è Katerina Semënovna Milovidova, era una ragazza dal carattere ribelle, fiera, inaccessibile, dalla condotta esemplare e perciò «l'amore infelice» chiamato in causa dal giornale è di sicuro una frottola. Quella notte Jakov fa uno strano sogno nel quale vede una donna vestita di bianco, dal volto indistinguibile e con una coroncina di rose rosse sul capo, correre sulla neve, e all'improvviso lui si ritrova sdraiato a terra assieme a lei, «come un’effigie tombale». Lei prende vita, si solleva e fugge lontano, mentre Aratov non può più muoversi. Poi la donna torna verso di lui: è Klara. Jakov si sveglia e decide di partire per Kazan'. Porta con sé l’impressione che durante la notte qualcuno sia penetrato in lui e lo tenga ora in suo potere.
A Kazan' Aratov ha un lungo colloquio con Anna, la sorella maggiore di Klara, e da lei apprende che la fanciulla era stata promessa a un giovane mercante che ha rifiutato due settimane prima del matrimonio, ritenendolo vile, contro la volontà paterna, che aveva poi conosciuto un'attrice ed era partita con lei. Anna conferma che Klara non aveva una storia d'amore in atto: «Chi poteva raggiungere quell'ideale di onestà, di sincerità, di purezza... sì, di purezza che, nonostante tutti i suoi difetti, si ergeva sempre davanti a lei?». Anna presta a Jakov il diario di Klara e gli regala una sua fotografia in abito di scena. Aratov strappa la pagina dove Klara parla del matinée in cui lo ha veduto per la seconda volta, rimanda ad Anna il quadernetto, quindi torna a casa.
Jakov non pensa di amare Klara, ma è sicuro di essere suo prigioniero: lei non aveva forse detto a sua sorella che se avesse trovato l'uomo giusto, se lo sarebbe preso? E lui sente di essere stato preso. L'anima è immortale e la sua influenza può proseguire dopo la morte, ragiona Jakov, ma cosa potrebbe averle dato il potere su di lui? Il giovane deduce che sia stata la purezza: «È pura e anch'io sono puro...».
La notte stessa comincia a sentire la voce di Klara e attende di vederla. Scorge un chiarore, si alza dal letto e riconosce la zia Platoša. L'anziana donna afferma di averlo sentito gridare di essere salvato; pertanto forse Jakov ha solo sognato e non era sveglio come credeva. L'indomani viene informato da Kupfer che Klara ha ingerito il veleno prima di salire sul palcoscenico e che è riuscita a recitare l'intero primo atto di una piece su «una fanciulla ingannata» con tanto ardore e sentimento come mai aveva fatto prima, secondo quanti hanno assistito allo spettacolo. Aratov prova qualcosa di simile al «disgusto» per quella morte ostentata, una sorta di «posa teatrale mostruosa», e questa riflessione lo aiuta a ricacciare nel profondo gli altri pensieri su di lei. Ma un nuovo sogno interviene a far vacillare il suo precario equilibrio, un sogno in cui tutto sembra arridergli, ricchezza e fortuna, e ciò nonostante vi aleggia il presentimento di una disgrazia imminente. E infatti sale su una barca d'oro e vede rattrappita sul fondo una creatura dall'aspetto scimmiesco tenere in mano una fiala con del liquido torbido. Di colpo la barca è risucchiata in un turbine oscuro, nel quale si materializza la figura di Klara mentre si uccide a teatro. Aratov si sveglia e percepisce la presenza di Klara. La chiama, le parla, sente la mano di lei sfiorargli la spalla, indi la vede seduta di fronte a lui in abito nero. Jakov si lancia verso di lei, le confessa di amarla e la bacia. Un «grido di trionfo» squarcia il silenzio nella stanza. Accorre la zia Platoša e trova Aratov svenuto, incapace di muoversi, pallido e... felice.
La notte successiva un nuovo urlo lacerante fa accorrere Platonida Ivanovna dal nipote: Jacov è a terra, svenuto. Ha la febbre alta, delira e parla di un matrimonio consumato, della gioia di sapere finalmente cosa sia il piacere. Tornato un attimo in sé, Jakov prega la zia di non piangere e di rallegrarsi invece, perché «l'amore è più forte della morte».
Così Aratov muore, con le labbra illuminate da un «sorriso di beatitudine» e con una ciocca di capelli neri femminili racchiusi nella mano destra.
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