Chadži-Murat è un Romanzo storico breve, ovvero
un racconto lungo, scritto da Lev Tolstoj fra il
1895 e il 1904 e pubblicato postumo nel 1912.
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Trama
Nel prologo il narratore descrive un campo fiorito, durante
la stagione estiva, soffermandosi su un cespuglio
di cardi contenente tre fiori di colore rosso. Uno dei
fiori è stato pressoché strappato e si regge su di un gambo
sghembo, che evidentemente è stato schiacciato dalla ruota di un
carro. Pur danneggiato, il cardo è ancora vitale e resta attaccato
tenacemente al suolo. L'atteggiamento del cardo ricorda al narratore
quello del Chadži-Murat (traslitterato anche Hadji Murad), un
guerrigliero avaro contrario all'annessione russa della Cecenia,
il quale nella metà del XIX Secolo si avvicinò ai russi
nella speranza di difendere la propria indipendenza e di salvare i
propri familiari.
La narrazione si apre con l'arrivo di Chadži-Murat, assieme a due
suoi seguaci, in un aul (villaggio di montagna) braccato
dagli uomini di Šamil, il comandante supremo dei separatisti
caucasici, di cui peraltro Murat è stato il
principale naib (aiutante). Chadži-Murat ottiene
ospitalità nella casa di Sado, un suo leale sostenitore. Ma la
notizia si diffonde fra gli abitanti del villaggio e Murat deve
nuovamente fuggire. Un luogotenente di Murat riesce a prendere
contatto con i militari russi i quali, sebbene finora siano stati
combattuti aspramente da Murat, promettono di concedere loro asilo.
Chadži-Murat, accompagnato da alcuni suoi seguaci, si dirige verso
la fortezza di Vozdvižensij per unirsi alle forze russe; è
inseguito da un drappello di seguaci di Šamil i quali, nei
pressi della fortezza, si scontrano con un drappello di russi. Nello
scontro viene ferito mortalmente un giovane soldato
semplice russo di nome Petrùcha Advèev. Tolstoj si sofferma a
lungo sulla vicenda di Petrùcha: contadino, sposato ma senza figli,
si era arruolato al posto di suo fratello Akìm, padre di cinque
figli. Suo padre si era rammaricato di questa scelta perché Petrùcha
era un lavoratore migliore di Akim. La morte di Petrùcha getta nella
disperazione i suoi familiari, ma non la moglie Aksinja: attende un
figlio dal fattore, il quale ora «avrebbe potuto sposarla, come le
aveva detto quando cercava di piegarla al suo amore».
A Vozdvižensij Murat e i suoi compagni sono accolti dal comandante
della fortezza, il giovane principe Semën Voroncov, il quale ospita
il comandante caucasico nella propria abitazione, dove vive con la
moglie Marija Vasìlevna e il figlioletto di sei anni. Si instaura un
patto di amicizia fra Chadži-Murat e il giovane principe, siglato,
secondo il rituale ceceno, dallo scambio di regali fra i
kunak (amici); un prezioso pugnale regalato da
Chadži-Murat al bambino e l'orologio personale di Semjòn
regalato a Murat.
Chadži-Murat viene condotto a Tbilisi per incontrare il
generale Voroncov comandante supremo dell'esercito russo in
Cecenia. Il dialogo fra i due, i quali non parlano la lingua
dell'altro, avviene soprattutto attraverso gli sguardi. Inizialmente
il generale russo diffida di Chadži-Murat, di cui sa peraltro poco;
incarica pertanto il suo aiutante Lorìs-Mèlikov, che conosce
il tartaro, di scrivere la biografia di Murat. Dai colloqui di
Lorìs-Mèlikov con Chadži-Murat il lettore conosce gli antefatti
delle vicende esposte nel racconto. Chadži-Murat era nato in una
povera famiglia di montanari nel villaggio di Tselmes, ma era
cresciuto alla corte dei Khan locali perché sua madre era stata
balia del primogenito della famiglia principesca. Quando Murat aveva
quindici anni i mjurid proclamarono la chazavat (guerra
santa) contro la Russia a cui aderirono Ceceni e Avari.
Chadži-Murat era rimasto dapprima in disparte; cominciò a
interessarsene per motivi religiosi (Chadži-Murat è musulmano) ma
si mostrò diffidente quando l'imam Gamzat invitò i Khan
ad aderire alla chazavat. Gamzat, con l'appoggio di Šamil, fece
uccidere infatti i khan e progettò l'uccisione di Chadži-Murat e
dei suoi familiari; Murat lo precedette organizzando, con l'aiuto del
proprio fratello Osama, un attentato contro Gamzat nel corso del
quale rimasero uccisi sia l'imam che Osama. Chadži-Murat rifiutò
anche gli inviti di Šamil, il successore di Gamzat, ritenuto da
Chadži-Murat responsabile della morte di Osama; Chadži-Murat fu
nominato pertanto governatore russo dell'Avaria dal
barone Rosen. I rapporti con i russi si guastarono per l'odio
nei suoi confronti nutrito da Achmed-khan. A differenza dei russi,
Šamil lo appoggiò nella lotta contro il suo mortale nemico; per
riconoscenza Chadži-Murat passò dalla parte di Šamil divenendone
il braccio destro nella guerriglia contro l'occupazione russa del
Caucaso. Negli ultimi tempi tuttavia Šamil è diventato diffidente
nei confronti di Chadži-Murat e ne ha preso in ostaggio la madre, la
moglie e il figlio. Chadži-Murat rivela a Lorìs-Mèlikov che chiede
l'aiuto russo soprattutto per poter liberare i suoi familiari ostaggi
di Šamil.
Voroncov si convince che Murat può essere l'uomo giusto per
neutralizzare Šamil; invia pertanto una lunga relazione in tal senso
al ministro Černyšëv. Costui, tuttavia, è geloso di Voroncov
e manovra affinché lo zar Nicola I non approvi il piano
del generale. Dal ritratto che Tolstoj fa dello zar emergono
soprattutto la presunzione (crede di essere inviato dal
cielo per impedire che l'intera Europa, non solo la Russia, precipiti
in mano ai rivoluzionari), la ferocia (fa torturare e
uccidere a colpi di frusta nemici, veri o presunti, per lo più
inermi), la lussuria (sessantenne, ha rapporti sessuali con
giovani donne che compensa con monili), l'incompetenza e la debolezza
all'adulazione. Guidato da Černyšëv, Nicola I giunge alla
conclusione che Chadži-Murat fosse passato ai Russi per paura
dell'esercito russo e che la politica verso la Cecenia debba essere:
«Di attenersi scrupolosamente alle
mie disposizioni: colpire gli abitanti, distruggere i rifornimenti
dei montanari, attaccare e compiere incursioni senza tregua.»
Gli ordini dello zar
si traducono in una spaventosa carneficina di Ceceni da parte dei
russi con conseguente desiderio di vendetta dei Ceceni verso i russi:
«Il sentimento che provavano tutti,
dal primo all'ultimo, era più forte dell'odio. Era la sensazione
che quei cani di russi non fossero uomini, e il disgusto, lo schifo,
lo sbalordimento di fronte a quella assurda crudeltà sfociavano in
un desiderio di distruggerli, come si faceva con i topi, i ragni
velenosi e i lupi, un desiderio ormai istintivo come lo spirito di
conservazione.»
Šamil, il cui
prestigio è stato rafforzato dalla repressione russa, fa trasferire
i familiari di Chadži-Murat in una zona più difendibile e fa sapere
che, se Chadži-Murat non si presenterà, per rappresaglia ne farà
disonorare la madre e la moglie e accecare il figlio.
Il racconto procede con l'arrivo, nella fortezza russa retta da Ivan
Matveevič, di un gruppo di soldati russi con la testa mozzata di
Chadži-Murat su un cuscino. Mentre Maria Dimitriyevna, compagna di
Ivan Matveevič, protesta contro l'orrenda scena chiamando "boia"
i soldati russi, viene ricostruita in flashback la fine di
Murat. Chadži-Murat, che veniva tenuto sotto stretta sorveglianza
dai russi dopo le demenziali disposizioni dello zar, decide di
tentare la salvezza dei suoi familiari con il solo aiuto dei suoi
fedelissimi. Si allontana perciò dal fortino russo. I russi
organizzano la sua cattura con un centinaio di soldati a cui si
aggiungeranno duecento ceceni che erano passati ai russi.
Chadži-Murat viene raggiunto e, ferito mortalmente al fianco
sinistro, cade. I nemici esultano
«Ma quello che a loro sembrava un
cadavere si mosse. Prima sollevò il capo insanguinato, senza
colbacco, coi capelli rasati, poi il busto e, aggrappandosi a un
albero, si levò con tutta la persona. Il suo aspetto era così
pauroso che gli accorsi si fermarono. Improvvisamente però ebbe un
tremito, vacillò abbandonando il sostegno dell'albero e cadde, senza
piegarsi, a viso in giù, come un cardo reciso alla base dalla falce,
e non si mosse più.»