Enrico IV è un dramma in 3 atti
di Luigi Pirandello.
#Theater #Pirandello #History
Trama
Un nobile del primo '900 prende
parte ad una cavalcata in costume nella quale impersona
l'imperatore Enrico IV di Franconia; alla messa in scena
prendono parte anche Matilde Spina, donna della quale è innamorato,
nei panni di Matilde di Canossa, ed il suo rivale in amore
Belcredi. Quest'ultimo disarciona Enrico IV, il quale nella caduta
batte la testa e si convince di essere realmente il personaggio
storico che stava impersonando. La follia dell'uomo viene assecondata
dai servitori che il nipote Di Nolli, figlio della sorella, mette al
suo servizio per alleviare le sue sofferenze; dopo 12 anni Enrico
guarisce e comprende che Belcredi lo ha fatto cadere intenzionalmente
per rubargli l'amore di Matilde. Decide così di fingersi ancora
pazzo, di immedesimarsi nella sua maschera per non voler vedere la
realtà dolorosa. Dopo 20 anni dalla caduta, Matilde, Belcredi, Frida
(la figlia di Matilde), Di Nolli (ora fidanzato con Frida) e uno
psichiatra vanno a trovare Enrico IV. Lo psichiatra è molto
interessato al caso della pazzia di Enrico IV, che continua, a loro
insaputa, la sua finzione, e dice che per farlo guarire si potrebbe
provare a ricostruire la stessa scena di 20 anni prima e ripetere la
caduta da cavallo. La scena viene così allestita, ma al posto di
Matilde recita la figlia. Enrico IV si ritrova così di fronte la
ragazza, che è esattamente uguale alla madre Matilde da giovane, la
donna che Enrico aveva amato e che ama ancora. Ha così uno slancio
che lo porta ad abbracciare la ragazza, ma Belcredi, il suo rivale,
non vuole che la ragazza venga abbracciata e si oppone. Enrico IV
sguaina così la spada e ferisce Belcredi. Per sfuggire
definitivamente alla realtà (e alle conseguenze del suo gesto),
decide di fingersi pazzo per sempre, con Belcredi che urla che l'uomo
non è più pazzo mentre viene portato via.
Trama
L'opera fu scritta appositamente
per Ruggero Ruggeri, uno degli attori più noti
dell'epoca e appartenente, assieme a Marta Abba ed altri,
alla compagnia del Teatro d'Arte di Roma fondato
dal drammaturgo a Roma, come testimonia una lettera di
Pirandello stesso indirizzata a Ruggeri:
«Circa vent'anni addietro, alcuni
giovani signori e signore dell'aristocrazia pensarono di fare per
loro diletto, in tempo di carnevale, una "cavalcata in costume"
in una villa patrizia: ciascuno di quei signori s'era scelto un
personaggio storico, re o principe, da figurare con la sua dama
accanto, regina o principessa, sul cavallo bardato secondo i costumi
dell’epoca. Uno di questi signori s'era scelto il personaggio di
Enrico IV; e per rappresentarlo il meglio possibile, s'era dato la
pena e il tormento d'uno studio intensissimo, minuzioso e preciso,
che lo aveva per circa un mese ossessionato. […] Senza falsa
modestia, l'argomento mi pare degno di Lei e della potenza della Sua
arte.»
(Luigi Pirandello, Lettera a Ruggero
Ruggeri del 21 Settembre 1921)
Il personaggio di Enrico IV, del quale
non ci viene mai svelato il vero nome, quasi a fissarlo nella sua
identità fittizia, è descritto minuziosamente da Pirandello. Enrico
è vittima non solo della follia, prima vera poi simulata, ma
dell'impossibilità di adeguarsi ad una realtà che non gli si confà,
essendo ormai stritolato dal ruolo fisso (o dalla maschera)
del pazzo.
La stessa ambientazione
del dramma richiama l'aperta mendacità della situazione,
in bilico tra la realtà e la finzione: la reggia dove
Enrico risiede e la costruzione drammaturgica dell'insieme richiamano
la fissità delle unità aristoteliche ma al contempo se ne
distanziano, proiettando il personaggio nel passato perduto, nel
presente che non può vivere con la sua vera identità e nel futuro
nel quale è impossibilitato a proiettarsi poiché considerato pazzo;
la reggia stessa è palesemente finta, così come sono posticci i
costumi di coloro che vi agiscono. La pazzia durata dodici anni gli
ha poi sottratto Matilde per mano del rivale in amore Belcredi,
acuendo la situazione di disagio di Enrico IV che non riesce a
trovare un ruolo nel presente.
La fissità della forma nella quale
Enrico IV è rinchiuso ha rappresentato però, al contempo, anche una
salvezza per l'uomo, che vi si è rifugiato conservando una lucida
estraneità alla vita reale vissuta da coloro che gli sono vicini e
permettendogli di non lasciarsi travolgere dai propri sentimenti:
«Preferii restare pazzo e vivere con
la più lucida coscienza la mia pazzia [...] questo che è per me la
caricatura, evidente e volontaria, di quest'altra mascherata,
continua, d'ogni minuto, di cui siamo i pagliacci involontari quando
senza saperlo ci mascheriamo di ciò che ci par d'essere […] Sono
guarito, signori: perché so perfettamente di fare il pazzo, qua; e
lo faccio, quieto! – Il guajo è per voi che la vivete
agitatamente, senza saperla e senza vederla la vostra pazzia. […]
La mia vita è questa! Non è la vostra! – La vostra, in cui siete
invecchiati, io non l’ho vissuta!»
(Enrico IV, atto terzo)
In questo modo Enrico IV tenta,
nonostante abbia ormai ammesso la sua guarigione, di dimostrare
quanto false ed ipocrite siano le vite di coloro che lo circondano,
cristallizzate in una forma di cui non sono neanche consapevoli. La
stessa morte di Belcredi per mano di Enrico IV simboleggia non la
vendetta per gelosia, ma il bisogno esasperato di netto taglio con il
passato perduto. Spaventando tutti, potrà continuare a fingersi
pazzo, vivendo la propria vita in libertà e non più costretto da
rigide imposizioni dalle quali oramai è libero.
I venti anni perduti gli sembrano
riconquistati quando gli appare Frida, figlia di Matilde e ritratto
della stessa da giovane, ma è un'illusione che dura poco: solo
rifugiandosi di nuovo nella pazzia, con l'omicidio di Belcredi,
Enrico IV si sottrae di nuovo al fluire del tempo ed al rimpianto
degli anni perduti.
Pirandello trova sensatezza nella
follia, che diviene punto di rottura con la falsità della realtà:
se Enrico IV è un alienato emarginato dalla società, si schiera
nelle lunghe file dei personaggi novecenteschi che si
arroccano in altre dimensioni rispetto alla realtà sensibile e che
sono coscienti della loro situazione, come il Des
Esseintes di Joris Karl Huysmans o Rosario Chiarchiaro
di un suo lavoro precedente, La patente. Enrico IV è quindi
personaggio del suo tempo, metafora dell'uomo moderno con tutte le
sue problematiche. Sebbene pazzo, lo si connota come personaggio
positivo, distruttore di verità fittizie ma, al contempo, è anche
sinonimo di repressione volontaria, di senso della rinuncia
autoindotto.