Il delitto Matteotti è
un film del 1973, diretto da Florestano Vancini,
basato sui fatti reali del delitto Matteotti e delle sue
conseguenze.
#Movie #History
Con Franco Nero, Vittorio De Sica,
Umberto Orsini.
Trama
Roma, 30 Maggio 1924,
l'onorevole Giacomo Matteotti, segretario del Partito
Socialista Unitario, in un appassionato intervento alla Camera
dei Deputati contesta la validità delle elezioni
politiche tenutesi nell'aprile precedente, con violenze e
intimidazioni da parte dei fascisti, in cui il Partito Nazionale
Fascista aveva ottenuto la maggioranza dei voti, sollevando
interrogativi nella stampa e nel contempo preoccupazioni in seno
al Governo Mussolini. Il futuro Duce infatti, temendo
sollevazioni popolari, dà ordine ad uno dei suoi sicari, Amerigo
Dumini, di uccidere il deputato socialista, che viene sequestrato di
fronte a casa il 10 Giugno.
La famiglia ed i colleghi parlamentari,
rappresentati dal deputato Modigliani, passati due giorni dalla
scomparsa chiedono informazioni alle autorità, ma il questore
Bertini fornisce spiegazioni vaghe, rifiutandosi di aprire una
formale indagine, riportando successivamente la notizia della visita
al generale Emilio De Bono: a questi, comandante della Milizia
ed in quel momento anche Capo della Polizia, il questore riferisce
che sospetta di Dumini e della sua banda e che esiste un testimone
oculare, ma che non ha elementi per agire in modo concreto.
Il questore, rassicurato da De Bono,
viene tuttavia informato che il testimone ha già comunicato alla
stampa il numero di targa dell'automobile e che questa, seppure non
ancora ritrovata, è stata identificata ed appartiene al garage
presso il quale si serve abitualmente il quotidiano Corriere
Italiano, di cui è direttore Filippo Filippelli; Mussolini,
timoroso che i collegamenti tra Dumini, Filippelli, e Cesare
Rossi, suo collaboratore della prima ora ed organizzatore della
cosiddetta Ceka, una organizzazione segreta creata per colpire gli
oppositori al regime, possano portare a lui comincia ad agire, dopo
essere stato informato da De Bono delle reazioni dell'opinione
pubblica.
Il primo passo è una dichiarazione
alla Camera sulle ricerche già iniziate per il ritrovamento dello
scomparso, che tuttavia non convince l'opposizione, la quale sostiene
che Mussolini deve rispondere personalmente della sorte di Matteotti,
e, nonostante le divisioni al suo interno, programma un'astensione
dai lavori parlamentari, delegittimando in questo modo le elezioni:
questa astensione viene tuttavia immediatamente neutralizzata da
Mussolini, che ottiene la chiusura a tempo indeterminato della stessa
Camera. Parallelamente egli ordina l'arresto di Dumini, le dimissioni
da Capo della Polizia di De Bono e l'allontanamento di Cesare Rossi,
il quale, temendo di essere usato come capro espiatorio, minaccia
Mussolini, ricordandogli di essere a conoscenza di tutto e di avere
capito i suoi timori.
Nel frattempo viene ritrovata
l'automobile utilizzata per il rapimento con al suo interno
i segni evidenti di una lotta, probabilmente seguita da un omicidio,
e finalmente viene aperta un'istruttoria, della quale viene
incaricato il dottor Mauro Del Giudice, affiancato da Umberto
Tancredi; l'inchiesta è avviata mentre in tutto il paese si fanno
sentire le voci contrarie al regime tra le quali spicca quella
di Piero Gobetti, un giovane giornalista torinese che,
attirando le attenzioni di Mussolini, sarà presto aggredito e
morirà, e di Antonio Gramsci.
L'inerzia delle opposizioni nel non
appoggiare gli scioperi spontanei che si stanno verificando non è
minore di quella del Re, il quale temporeggia, mentre in carcere
Filippelli accusa Dumini del rapimento di Matteotti. Dopo un breve
periodo di latitanza Cesare Rossi si costituisce, comunicando a Del
Giudice di avere scritto un memoriale in cui accusa apertamente
Mussolini del delitto, mentre le opposizioni, senza i comunisti,
progettano un futuro governo che nasca da una collaborazione tra
socialisti e popolari e questo provoca le reazioni dei
fascisti più estremi.
Il ritrovamento del cadavere di
Matteotti, in condizioni che rendono impossibile l'accertamento delle
cause della morte, rinnova lo sdegno popolare, ma il regime - ancora
una volta - regge.
Pochi mesi dopo, Mussolini a
Montecitorio si assume la responsabilità politica e morale (ma
non penale) di quanto è accaduto, chiedendo ed ottenendo dal Re la
prerogativa di sciogliere la Camera e, a seguito della pubblicazione
del memoriale di Cesare Rossi, vengono soppresse le libertà di
stampa, schiudendo di fatto le porte alla dittatura "che porterà
la Nazione allo sfacelo".