Memorie dalla casa dei morti è un
Romanzo semi-autobiografico scritto dall'Autore russo Fëdor
Dostoevskij pubblicato sulla rivista Vremja tra il
1860 e il 1862, nel quale ritrae la vita dei condannati in un campo
di prigionia siberiano.
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L'Opera ha la forma di un diario:
l'Autore, nella prefazione, ne attribuisce la paternità a un recluso
immaginario che avrebbe ucciso la Moglie in un impeto
d'odio.
I personaggi dell'Opera, cioè i
reclusi condannati ai lavori forzati, ma anche i loro carcerieri e le
figure del popolo russo sullo sfondo, sono descritti facendo emergere
la loro nascosta umanità e i loro sentimenti più profondi.
L'Autore ha così modo di inserire nel
Romanzo delle riflessioni di ampio respiro sulla condizione umana,
specialmente riguardo alle speranze che si provano nei momenti di
sofferenza. Il condannato, osserva Dostoevskij, vive attendendo la
propria liberazione, e tale attesa è tanto più insostenibile quanto
più il momento agognato si avvicina, ma poi, giunta la liberazione,
ecco che a una sofferenza se ne sostituisce un'altra non prevista. E
pare infine essere questo il destino dell'essere umano, qualunque sia
la sua condizione sociale.
Dostoevskij propone nell'Opera, quale
soluzione al circolo vizioso dell'infelicità umana, i precetti
semplici del Vangelo, l'unico Libro di cui i condannati potevano
tenere una copia. Difatti, proprio tra i malfattori, tra
i dannati (in cui regna quella morte a cui allude
il titolo del Romanzo), tra i sofferenti, sembra ritrovare valore e
senso il messaggio della fratellanza umana, della condivisione di una
sorta di dolore (ma anche di irriducibile speranza) in cui brilla la
luce di piccoli gesti di carità cristiana, come quando i
condannati sacrificano parte del proprio pranzo per dar da mangiare a
un cane randagio che si aggira per il campo. La stessa forza che i
cristiani traggono dalla fede in un Dio redentore è ravvisata
dall'autore anche in personaggi di altre religioni, come l'ebreo che
prega ogni sera ondulando il capo oppure il gruppo di condannati
musulmani che, pur nutrendo diffidenza verso il simbolo della Croce,
leggono con interesse il Discorso della Montagna.
Nelle Memorie dalla casa dei
morti fanno capolino i grandi valori della tolleranza religiosa,
della libertà dalle prigionie materiali e morali, dell'indulgenza
verso i malfattori, cioè verso coloro che, pur essendosi
macchiati di crimini contro la legge, sono in definitiva solamente
persone più sfortunate e più infelici, e quindi più amate da Dio,
che vuole la salvezza del peccatore e non la sua condanna. Tutto è
dunque proiettato verso "la libertà, una nuova vita, la
resurrezione dai morti...".