Giordano Bruno è
un film del 1973 diretto da Giuliano
Montaldo.
Interpreti : Gian Maria Volonté,
Charlotte Rampling.
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Trama
Il film racconta gli ultimi anni della
vita del filosofo nolano Giordano Bruno, dal 1592 fino
all'uccisione nel 1600.
Inizia a Venezia con una
processione commemorativa della battaglia di Lepanto da cui
Giordano Bruno prende spunto per condannare l'uso della violenza da
parte della religione. Giovanni Francesco Mocenigo, che lo
ospita per imparare da lui i segreti dell'arte della memoria e della
magia, è spaventato dal suo anticonformismo ai limiti dell’eversivo
e, dietro consiglio del suo confessore, lo denuncia all'Inquisizione
veneziana.
Rivestito l'abito domenicano, Giordano
Bruno affronta gli interrogatori: il processo veneziano sembra
doversi chiudere in tempi brevi, anche perché Bruno, di fronte al
pericolo di una possibile estradizione al Sant'Uffizio di Roma,
sembra disposto ad abiurare, per riottenere la libertà e poter
"ritornare a pensare", come egli stesso confida in cella a
fra' Celestino da Verona, un frate cappuccino suo compagno di
carcere. La sua mossa, però, non ottiene l'effetto sperato:
nonostante la renitenza del Patriarca di Venezia Lorenzo
Priuli, il Senato di Venezia, per ragioni di convenienza politica,
decide di accogliere la richiesta di estradizione avanzata dal
Sant'Uffizio. Il processo, pertanto, ricomincia.
Di fronte agli inquisitori romani, che
gli imputano varie affermazioni eretiche, il Bruno nega recisamente
ogni addebito, e afferma di essersi sempre e solo interessato di
filosofia, mai di teologia: sottoposto a tortura, non ammette nessuna
delle eresie che gli vengono imputate e si limita a rispondere:
"Parlerò solo con Clemente VIII".
La sua condotta processuale fa emergere
tra i giudici romani divergenze sul trattamento da riservargli: se
il cardinal Giulio Antonio Santori è senz'altro a favore
della linea dura, e vuole in tempi brevi un giudizio netto di
condanna che conduca il Bruno sul rogo, il Cardinale Bellarmino
propende per una condotta processuale più morbida, che tenga conto
della statura intellettuale e culturale dell'imputato e lo induca
all'abiura e alla riconciliazione con la Chiesa cattolica.
Di fronte a questa spaccatura, Papa Clemente VIII si rivela
indeciso, anche se sembra più propenso ad appoggiare la moderazione
di Bellarmino. Con lui, il Bruno ha un lungo colloquio, che però non
sblocca la situazione. Nel frattempo, la sua posizione processuale si
aggrava: contro di lui vengono mosse nuove accuse proprio da quel
Celestino da Verona che era stato suo compagno di carcere a Venezia e
che ora si trova anch'egli incarcerato e inquisito a Roma. Alla fine,
i giudici gli chiedono di abiurare otto proposizioni da loro
giudicate eretiche, le stesse che egli si era detto disposto ad
abiurare a Venezia, e gli concedono il termine di quaranta giorni per
riflettere.
Scaduto questo tempo, il Bruno si
ripresenta davanti a loro: richiesto di che cosa abbia da dire in
merito alla proposta del Sant'Uffizio, egli ammette solo la colpa di
aver commesso l'ingenuità di "chiedere a chi ha il potere di
riformare il potere". La sua risposta definitiva è chiara: sul
piano delle idee, egli non ha nulla da abiurare o da rinnegare; gli
unici suoi errori sono da ricercarsi sul piano operativo, in quanto
Bruno, per far passare le sue idee, ha usato i sistemi sbagliati. È
una presa di posizione che conduce inesorabilmente alla condanna.
Il giorno 8 Febbraio del 1600, in
casa del cardinal Madruzzi, si dà solennemente lettura della
sentenza, che decreta per il Bruno la scomunica, la degradazione
dagli ordini sacri maggiori e minori e la consegna al braccio
secolare: mentre la sentenza viene letta, il Bruno, guardando in
faccia uno ad uno i suoi giudici, dice loro sommessamente: "Tenete
più paura voi". Segue l'ultimo atto: all'alba del 17
Febbraio 1600, "con la lingua in giova", ossia chiusa in
una morsa che gli impedisce di parlare, Giordano Bruno viene condotto
a Campo de' Fiori e lì viene bruciato.