Delitto e castigo è un
Romanzo pubblicato nel 1866 dallo Scrittore russo Fëdor
Dostoevskij e ambientato a San Pietroburgo, Russia.
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Lo svolgimento dei fatti è quasi tutto
a Pietroburgo, nel corso di un'estate afosa. L'epilogo invece si
svolge nella prigione-fortezza di una località non espressamente
nominata, sulle rive del fiume Irtyš (fiume del bassopiano
della Siberia occidentale). Dovrebbe trattarsi di Omsk, dove era
presente una struttura per lavori forzati, conosciuta bene da
Dostoevskij per avervi scontato egli stesso una condanna dal 1850 al
1854.
Il Romanzo ha il suo evento chiave in
un duplice omicidio dettato dall'ostilità sociale: quello
premeditato di un'avida vecchia usuraia e quello imprevisto della sua
mite sorella più giovane, per sua sfortuna comparsa sulla scena del
delitto appena compiuto.
L'Autore delle uccisioni è il
protagonista del romanzo, uno studente pietroburghese indigente,
chiamato Rodion Romanovič Raskol'nikov. Il romanzo narra la
preparazione dell'omicidio, ma soprattutto gli effetti psicologici,
mentali e fisici che ne seguono.
Dopo essersi ammalato di febbre
cerebrale ed essere stato costretto a letto per giorni,
Raskòl'nikov viene sopraffatto da una cupa angoscia, frutto di
rimorsi, pentimenti, tormenti intellettuali e soprattutto la tremenda
condizione di solitudine in cui l'aveva gettato il segreto del
delitto; presto subentra anche la paura di essere scoperto, che
logora sempre di più i già provati nervi del giovane: per lui è
troppo gravoso sostenere il peso dell'atto scellerato. Il delitto era
stato compiuto: il castigo non era stata la Siberia, ma la
desolazione emotiva e le peripezie che passò Raskol'nikov per
arrivare infine, grazie a una povera giovane, Sonja,
al pentimento della coscienza morale e alla
confessione.
Fondamentale è infatti l'inaspettato
incontro con Sonja, un'anima pura e pervasa di una fede sincera e
profonda, costretta però a prostituirsi per mantenere la
matrigna tisica e i fratellastri. La giovane offre la speranza e la
carità della fede in Dio alla solitudine del nichilismo di
Raskòl'nikov. Questo incontro sarà determinante per indurre il
protagonista a costituirsi e ad accettare la pena. Ma il vero
riscatto avverrà per l'amore di Sonja, che lo seguirà anche
in Siberia.
Raskòl'nikov reputa di essere un
"superuomo" e che avrebbe potuto commettere in modo
giustificato un'azione spregevole - l'uccisione della vecchia usuraia
- se ciò gli avesse portato la capacità di operare dell'altro bene,
più grande, con quell'azione. In tutto il libro vi sono esempi di
ciò: menziona Napoleone molte volte, pensando che, per
tutto il sangue che versava, faceva del bene. Raskòl'nikov pensa di
poter trascendere questo limite morale uccidendo l'usuraia,
guadagnando i suoi soldi, ed usandoli per fare del bene. Sostiene che
se Newton o Keplero avessero dovuto uccidere un
uomo, o addirittura un centinaio di uomini, per illuminare l'umanità
con le loro leggi e le loro idee, ne sarebbe valsa la pena.
Il vero castigo di Raskòl'nikov non è
il campo di lavoro a cui è condannato, ma il tormento che sopporta
attraverso tutto il Romanzo. Questo tormento si manifesta nella
suddetta paranoia, come anche nella sua progressiva convinzione di
non essere un "superuomo", poiché non ha saputo essere
all'altezza di ciò che ha fatto. Oltre al destino di Raskòl'nikov,
il romanzo, con la sua lunga e varia lista di personaggi, tratta temi
come la carità, la vita familiare, l'ateismo e
l'attività rivoluzionaria, con la pesante critica che Dostoevskij
muove contro la società russa coeva. Sebbene rifiutasse
il socialismo [senza fonte], il romanzo sembra
criticare anche il Capitalismo che si stava facendo strada
nella Russia di quel tempo.