mercoledì 12 luglio 2017

LIBRI - FRANCESCO PETRARCA - CANZONIERE - PARTE XXV

FRANCISCI PETRARCHE LAUREATI POETE
RERUM VULGARIUM FRAGMENTA

RIME SPARSE

DI FRANCESCO PETRARCA POETA LAUREATO

CXXVI
 
Chiare, fresche e dolci acque
ove le belle membra
pose colei che sola a me par donna;
gentil ramo ove piacque
(con sospir mi rimembra)
a lei di fare al bel fianco colonna;
erba e fior che la gonna
leggiadra ricoverse
co l'angelico seno;
aere sacro sereno
ove Amor co' begli occhi il cor m' aperse:
date udienza insieme
a le dolenti mie parole estreme.

S' egli è pur mio destino,
e 'l cielo in ciò s' adopra,
ch' Amor quest' occhi lagrimando chiuda,
qualche grazia il meschino
corpo fra voi ricopra
e torni l' alma al proprio albergo ignuda;
la morte fia men cruda
se questa spene porto
a quel dubbioso passo,
ché lo spirito lasso
non poria mai in piú riposato porto
né in piú tranquilla fossa
fuggir la carne travagliata e l'ossa.

Tempo verrà ancor forse
ch' a l' usato soggiorno
torni la fera bella e mansueta,
e là 'v' ella mi scorse
nel benedetto giorno
volga la vista disiosa e lieta,
cercandomi; ed o pietà!
già terra infra le pietre
vedendo, Amor l'inspiri
in guisa che sospiri
sí dolcemente che mercé m' impetre,
e faccia forza al cielo
asciugandosi gli occhi col bel velo.

Da' be' rami scendea
(dolce ne la memoria)
una pioggia di fior sovra 'l suo grembo;
ed ella si sedea
umile in tanta gloria,
coverta già de l' amoroso nembo;
qual fior cadea sul lembo,
qual su le treccie bionde,
ch' oro forbito e perle
eran quel dí a vederle;
qual si posava in terra e qual su l' onde,
qual con un vago errore
girando parea dir: « Qui regna Amore ».

Quante volte diss' io
allor pien di spavento:
« Costei per fermo nacque in paradiso! »
Cosí carco d'oblio
il divin portamento
e 'l volto e le parole e 'l dolce riso
m' aveano, e sí diviso
da l' imagine vera,
ch' i' dicea sospirando:
« Qui come venn' io o quando? »
credendo esser in ciel, non là dov' era.
Da indi in qua mi piace
quest'erba sí ch' altrove non ò pace.

Se tu avessi ornamenti quant' ài voglia,
poresti arditamente
uscir del bosco e gir infra la gente.

 
CXXVII
 
In quella parte dove Amor mi sprona
conven ch' io volga le dogliose rime,
che son seguaci de la mente afflitta.
Quai fien ultime, lasso, e qua' fien prime?
Collui che del mio mal meco ragiona
mi lascia in dubbio, sí confuso ditta.
Ma pur quanto l' istoria trovo scritta
in mezzo 'l cor (che sí spesso rincorro)
co la sua propria man, de' miei martiri,
dirò, perché i sospiri
parlando àn triegua ed al dolor soccorro.
Dico che, perch' io miri
mille cose diverse attento e fiso,
sol una Donna veggio, e 'l suo bel viso.

Poi che la dispietata mia ventura
m' à dilungato dal maggior mio bene,
noiosa, inesorabile e superba,
Amor col rimembrar sol mi mantene:
onde s' io veggio in giovenil figura
incominciarsi il mondo a vestir d' erba,
parmi vedere in quella etate acerba
la bella giovenetta ch' ora è donna;
poi che sormonta riscaldando il sole
parmi qual esser sòle
fiamma d' amor che 'n cor alto s' endonna;
ma quando il dì si dole
di lui che passo passo a dietro torni,
veggio lei giunta a' suoi perfetti giorni.

In ramo fronde over viole in terra
mirando a la stagion che 'l freddo perde
e le stelle miglior' acquistan forza,
ne gli occhi ò pur le violette e 'l verde
di ch' era nel principio de mia guerra
Amor armato sì ch' ancor mi sforza,
e quella dolce leggiadretta scorza
che ricopria le pargolette membra
dove oggi alberga l' anima gentile,
ch' ogni altro piacer vile
sembiar mi fa: sì forte mi rimembra
del portamento umile
ch' allor fioriva e poi crebbe anzi agli anni,
cagion sola e riposo de' miei affanni.

Qualor tenera neve per li colli
dal sol percossa veggio di lontano,
come 'l sol neve, mi governa Amore,
pensando nel bel viso più che umano,
che pò da lunge gli occhi miei far molli,
ma da presso gli abbaglia, e vince il core:
ove fra 'l bianco e l' aureo colore
sempre si mostra quel che mai non vide
occhio mortal, ch'io creda, altro che 'l mio;
e del caldo desio,
ch'è quando sospirando ella sorride,
m' infiamma sì che oblio
niente aprezza, ma diventa eterno:
né state il cangia né lo spegne il verno.

Non vidi mai dopo notturna pioggia
gir per l' aere sereno stelle erranti
e fiammeggiar fra la rugiada e 'l gielo,
ch' i' non avesse i begli occhi davanti
ove la stanca mia vita s' appoggia,
quali io gli vidi a l' ombra d'un bel velo;
e sì come di lor bellezze il cielo
splendea quel dì, così bagnati ancora
li veggio sfavillare, ond' io sempre ardo.
Se 'l sol levarsi sguardo
sento il lume apparir che m' innamora;
se tramontarsi al tardo,
parmel veder quando si volge altrove
lassando tenebroso onde si move.

Se mai candide rose con vermiglie
in vasel d' oro vider gli occhi miei
allor allor da vergine man colte,
veder pensaro il viso di colei
ch' avanza tutte l' altre meraviglie,
con tre belle eccellenzie in lui raccolte:
le bionde treccie sopra 'l collo sciolte
ov' ogni latte perderia sua prova,
e le guancie ch' adorna un dolce foco.
Ma pur che l' òra un poco
fior bianchi e gialli per le piaggie mova,
torna a la mente il loco
e 'l primo dí ch' i' vidi a l' aura sparsi
i capei d' oro, ond' io sì subito arsi.

Ad una ad una annoverar le stelle
e 'n picciol vetro chiuder tutte l'acque
forse credea, quando in sì poca carta
novo penser di ricontar mi nacque
in quante parti il fior de l'altre belle,
stando in se stessa, à la sua luce sparta
a ciò che mai da lei non mi diparta:
né farò io; e se pur talor fuggo,
in cielo e 'n terra m' à rachiuso i passi,
perch' agli occhi miei lassi
sempre è presente, ond' io tutto mi struggo;
e così meco stassi
ch' altra non veggio mai né veder bramo,
né 'l nome d' altra ne' sospir' miei chiamo.

Ben sai, canzon, che quant' io parlo è nulla
al celato amoroso mio pensero
che dí e notte ne la mente porto,
solo per cui conforto
in cosí lunga guerra anco non pèro;
ché ben m' avria già morto
la lontananza del mio cor piangendo,
ma quinci da la morte indugio prendo.

 
CXXVIII
 
Italia mia, benché 'l parlar sia indarno
a le piaghe mortali
che nel bel corpo tuo sì spesse veggio,
piacemi almen che' miei sospir' sian quali
spera 'l Tevero e l'Arno
e 'l Po, dove doglioso e grave or seggio.
Rettor del cielo, io cheggio
che la pietà che ti condusse in terra
ti volga al tuo diletto almo paese:
vedi, Segnor cortese,
di che lievi cagion che crudel guerra;
e i cor, che 'ndura e serra
Marte superbo e fero,
apri tu, Padre, e 'ntenerisci e snoda;
ivi fa che 'l tuo vero,
qual io mi sia, per la mia lingua s' oda.

Voi cui fortuna à posto in mano il freno
de le belle contrade,
di che nulla pietà par che vi stringa,
che fan qui tante pellegrine spade?
perché 'l verde terreno
del barbarico sangue si depinga?
Vano error vi lusinga:
poco vedete e parvi veder molto,
ché 'n cor venale amor cercate o fede:
qual pi
ù gente possede,
colui è più da suoi nemici avolto.
O diluvio raccolto
di che deserti strani
per inondar i nostri dolci campi!
Se da le proprie mani
questo n' avene, or chi fia che ne scampi?

Ben provide Natura al nostro stato,
quando de l' Alpi schermo
pose fra noi e la tedesca rabbia;
ma 'l desir cieco e 'ncontra 'l suo ben fermo
s' è poi tanto ingegnato,
ch' al corpo sano à procurato scabbia.
Or dentro ad una gabbia
fiere selvagge e mansuete gregge
s'annidan sì, che sempre il miglior geme;
ed è questo del seme,
per più dolor, del popol senza legge,
al qual, come si legge,
Mario aperse sí 'l fianco
che memoria de l' opra anco non langue,
quando assetato e stanco
non più bevve del fiume acqua che sangue.

Cesare taccio, che per ogni piaggia
fece l' erbe sanguigne
di lor vene, ove 'l nostro ferro mise.
Or par, non so per che stelle maligne,
che 'l cielo in odio n' aggia:
vostra mercé, cui tanto si commise.
Vostre voglie divise
guastan del mondo la più bella parte.
Qual colpa, qual giudicio o qual destino
fastidire il vicino
povero, e le fortune afflitte e sparte
perseguire, e 'n disparte
cercar gente e gradire
che sparga 'l sangue e venda l' alma a prezzo?
Io parlo per ver dire,
non per odio d' altrui, né per disprezzo.

Né v' accorgete ancor per tante prove
del bavarico inganno
ch' alzando il dito colla morte scherza?
Peggio è lo strazio, al mio parer, che 'l danno.
Ma 'l vostro sangue piove
più largamente, ch' altr' ira vi sferza.
Da la matina a terza
di voi pensate, e vederete come
tien caro altrui che tien sé così vile.
Latin sangue gentile,
sgombra da te queste dannose some;
non far idolo un nome
vano, senza soggetto;
ché 'l furor de lassù, gente ritrosa,
vincerne d' intelletto,
peccato è nostro, e non natural cosa.

Non è questo 'l terren ch' i' toccai pria?
non è questo il mio nido,
ove nudrito fui sì dolcemente?
non è questa la patria in ch' io mi fido,
madre benigna e pia,
che copre l' un e l'altro mio parente?
Per Dio, questo la mente
talor vi mova, e con pietà guardate
le lagrime del popol doloroso,
che sol da voi riposo
dopo Dio spera; e pur che voi mostriate
segno alcun di pietate,
vertù contra furore
prenderà l'arme, e fia 'l combatter corto:
ché l'antiquo valore
ne l' italici cor non è ancor morto.

Signor', mirate come 'l tempo vola
e sí come la vita
fugge, e la morte n' è sovra le spalle.
Voi siete or qui; pensate a la partita:
ché l' alma ignuda e sola
conven ch' arrive a quel dubbioso calle.
Al passar questa valle
piacciavi porre giù l' odio e lo sdegno,
venti contrari a la vita serena,
e quel che 'n altrui pena
tempo si spende, in qualche atto piú degno
o di mano o d' ingegno,
in qualche bella lode,
in qualche onesto studio si converta;
così qua giù si gode
e la strada del ciel si trova aperta.

Canzone, io t'ammonisco
che tua ragion cortesemente dica
perché fra gente altera ir ti convene,
e le voglie son piene
già de l' usanza pessima ed antica,
del ver sempre nemica.
Proverai tua ventura
fra' magnanimi pochi a chi 'l ben piace;
di' lor: « Chi m' assicura?
I' vo gridando: Pace, pace, pace ».

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